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di Andrea Colombo

Il Manifesto, 12 giugno 2025

Salvini oscilla tra ondate di ammirazione, emulazione e invidia. Donald è il suo eroe, fa quel che lui vorrebbe e non può. “Difende la sicurezza”, certo: spingere il Paese alla guerra civile farà dormire ai cittadini sonni tranquilli. Spari permettendo. Meloni no: alle forme ci tiene e in sostanza è questa la sola differenza fra lei e i trogloditi di Washington e via Bellerio. Ma si dia a Giorgia ciò che a Giorgia spetta: il copyright le appartiene di diritto. L’idea è sua e nel vecchio continente era piaciuta subito a tutti, senza distinzioni da XX secolo fra destra e sinistra. Trump non si è inventato niente. Poi, certo, ognuno ha il suo stile e quello europeo è più felpato e ipocrita. L’americano adora ostentare inciviltà, qui si preferisce praticarla senza farlo sapere, magari delegando i compiti più truci al primo libico che passa. Ma all’osso non c’è differenza. L’Albania è la nostra Guantanamo.

Tajani, il terzo uomo, invece si smarca. Deve rosicchiare il suo spazietto e nulla si presta meglio del farsi paladino dei diritti, distribuiti però col contagocce. Data la compagnia che lo attornia, poco ci manca che sembri un Nelson Mandela azzurro. Stiamo messi così. I raid delle squadracce in divisa del presidente, con supporto dei Marines e a tanto non era arrivato neppure la buonanima di tricky Dick Nixon, rivelano però la contraddizione insormontabile del sovranismo muscolare che va tanto di moda quest’anno. La caccia grossa non può andare per il sottile. La selvaggina è indistinta.

Nel mucchio delle prede finiscono tutti, inclusi i cittadini di Paesi amici e alleati, magari impegnati in safari identici a casa loro. Capita persino che il governo più amico che ci sia in Europa, purtroppo il nostro, debba scoprire dai giornali che un paio di compatrioti sono in viaggio verso le delizie di Guantanamo per imprecisabili ragioni. Alla faccia del rapporto privilegiato tra Roma e la Casa bianca.

Ma non è questione di mancanza di rispetto. È che una volta impostati così i rapporti non c’è alternativa alla legge del più forte e ogni Paese deve per forza rassegnarsi al vassallaggio oppure ostentare forza e aggressività in misura pari a quelle dei presunti amici. È una diplomazia modellata sui metodi con cui si confrontano i coatti nelle periferie europee o si spartiscono e difendono i territori le bande con le bandane blu e quelle con le bandane rosse nei ghetti di Los Angeles, i Crips e i Bloods.

Donald Trump può sembrare a volte pazzo ma nella sua follia c’è del metodo ed è un metodo preciso: riporre nell’armadio degli abiti frusti ogni parvenza di relazione basata su regole e dialogo per sostituirla con la ruvida brutalità dei rapporti di forza. Ma quello che governa non è un Paese come tanti: è il cuore di un occidente già traversato ovunque da venti di tempesta identici a quelli che spazzano gli Stati uniti. Se il gioco gli riuscirà, se sostituirà la civiltà delle regole con quella del ko, l’esempio sarà ripreso, magari adattato alle caratteristiche nazionali ma nella sostanza imitato e riprodotto. A tutto scapito di chi, privilegiati o meno che siano i suoi rapporti con il Bullo della Casa bianca, dalla supremazia della forza ha tutto da perdere. Come l’Italia, chiunque la governi.

Non è questione di destra o sinistra e neppure soltanto di valori che, si sa, tanto pesano nella propaganda quanto poco nella politica reale. È il rendersi conto che se l’esperimento che Trump sta portando avanti a passo di carica sia all’interno del suo Paese che nelle relazioni internazionali sarà premiato, se la trasformazione radicale della politica in esercizio di forza e brutalità riuscirà a imporsi, tutta l’Europa, ma l’Italia più di molti altri, avrà solo tutto da perdere. Una rovina salutata dagli applausi ebbri di Salvini e da quelli appena dissimulati di Meloni.