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di Luciana Cimino

Il Manifesto, 25 luglio 2026

Detenuti sfruttati e esclusione razziale. Schiavisti contro il lavoro forzato, altrui. Stavolta il pretesto degli Stati Uniti per imporre i dazi è la lotta contro il lavoro forzato. Non che il presidente degli Usa, Donald Trump, sia diventato improvvisamente socialista, men che mai ha avuto una svolta etica. Dopo la decisione della Corte Suprema che ha invalidato i dazi annunciati durante il Liberation Day del 2025, il tycoon ha trovato un escamotage: le tariffe saranno imposte ai partner che non applicano divieti adeguati contro le merci prodotte con in condizioni di para schiavitù. Nel novero ci finiscono 60 paesi tra cui Unione europea (considerata come un’unica entità), Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Canada, Cina, India. Il piano prevede un sistema differenziato: ai paesi ritenuti dotati di adeguate misure sarà applicata un’aliquota del 10%, per gli altri salirà al 12,5%. Per farlo, il presidente si è servito della Section 301 del Trade Act del 1974 che intende con la locuzione “lavoro forzato” “ogni servizio estorto a qualsiasi persona sotto la minaccia di una qualsiasi sanzione”.

Il paradosso è che nella lista annunciata dall’Ufficio del rappresentante per il commercio Usa, Jamieson Greer, sono avvantaggiati con l’aliquota più bassa paesi come l’India o la Cina, segnalati nei rapporti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) come problematici proprio a causa di lavoro forzato, minorile e i ritmi estremi legati alla ricattabilità e all’indebitamento delle famiglie povere e all’economia informale. Saranno applicati anche a contesti del tutto diversi come il Canada, l’Australia, il Giappone e l’Ue che hanno legislazioni molto avanzate in tema di diritti sul lavoro. Anche se al loro interno, come in Italia (soprattutto in agricoltura ed edilizia) permangono condizioni di sfruttamento. Per Greer anche questi paesi avrebbero “standard insufficienti” in quanto incapaci di vietare l’importazione di beni prodotti in maniera irregolare.

Le contraddizioni più pesanti riguardano, però, gli stessi Stati Uniti. Sia all’esterno che al proprio interno. Mentre l’amministrazione Trump colpisce accusa i partner di violazioni etiche nella produzione, continua a stringere accordi economici rilevanti con paesi con severe criticità sui diritti umani. Per di più, gli Usa sono il paese con il numero in assoluto più alto di persone in schiavitù moderna (che si manifesta quando una persona viene sistematicamente privata della propria libertà personale a fini di sfruttamento economico o personale) di tutte le Americhe, con ben 1,1 milioni di persone coinvolte. Lo sostiene Walk Free, una ong di Perth (Australia) che ogni anno realizza il Global Slavery Index (Gsi) per fornire dati sulla vulnerabilità dei lavoratori in 160 paesi, misurando anche l’efficacia delle risposte governative.

Il report muove critiche specifiche agli Stati Uniti non solo perché continuano a importare prodotti da paesi ad altissimo rischio di sfruttamento, (esattamente come i paesi a cui impongono i dazi) ma anche perché sono anche tra i pochi posti in cui il lavoro forzato è legalmente imposto e gestito dalle autorità statali, insieme a Cina, Corea del Nord e Russia. Per Walk free e Ilo “questo esclude i detenuti dalle normali tutele del diritto del lavoro, configurando una forma di sfruttamento statale. Chi si rifiuta o non è in grado di lavorare (anche per malattia o disabilità) subisce dure ritorsioni: isolamento forzato, perdita dei contatti familiari e diniego della libertà condizionale”.

Questo sistema, per le due organizzazioni dei lavoratori, “genera profitti sia per lo stato che per le aziende private colpendo in modo sproporzionato le comunità nere e migranti alimentando il fenomeno della carcerazione di massa”. Lo sfruttamento è anche al di fuori delle carceri e, anche in questo caso, colpisce soprattutto i lavoratori stranieri. Non solo braccianti, come in Italia: il settore a più alto rischio negli States è il lavoro domestico. Le vittime (principalmente donne straniere) subiscono ritiro del passaporto, isolamento forzato e violenze. Senza contare che l’amministrazione Trump è “la stessa che ha smantellato i finanziamenti per combattere il lavoro forzato attraverso tagli al Bureau of International Labor Affairs e le tutele per i lavoratori”, ha sottolineato la deputata democratica della California Linda Sánchez. “Prendere sul serio la questione - ha spiegato la dem- vuol dire affrontare i nostri problemi qui in patria, contrastando l’esportazione dei prodotti del lavoro carcerario americano”