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di Giovanna Branca

Il Manifesto, 26 giugno 2026

I giudici si schierano con Trump: sì al respingimento dei migranti al confine sud. Ancora sì all’espulsione di haitiani e siriani. “Se i rifugiati della M.S. Saint Louis (la nave con a bordo 930 ebrei in fuga dalla Germania, a cui gli Stati uniti rifiutarono l’ingresso nel 1939, ndr) dovessero recarsi a un punto d’ingresso al nostro confine sud oggi, l’interpretazione della maggioranza (della Corte suprema) consentirebbe agli agenti dell’immigrazione di rifiutarsi di prendere anche solo in considerazione la loro richiesta d’asilo, impedendogli fisicamente di entrare sul suolo statunitense”. E questo nonostante il Refugees Act del 1980 sia stato approvato proprio affinché “non si ripetessero gli errori del passato”.

È un passaggio del dissenso che - in segno di particolare gravità - la giudice liberal della Corte suprema Sonia Sotomayor ha letto in aula, per sottolineare la contrarietà alla decisione della maggioranza di consentire all’amministrazione Trump di respingere i migranti al confine sud. In base alla legge americana, giunti al confine i migranti hanno diritto di fare richiesta di asilo e vederla valutata prima di venire ammessi o respinti. La misura introdotta per la prima volta nel 2016 a San Diego e ampliata geograficamente e temporalmente dal primo governo Trump, diventa oggi “costituzionalmente” protetta da una Corte eversiva (il voto 6-3 è avvenuto secondo la ormai consueta divisione fra “conservatori” e liberal) che spinge per un esecutivo sempre più monarchico, senza nessun potere a controbilanciarlo. Il Refugees Act era stato approvato dal Congresso, e la sua relegazione all’irrilevanza di fatto sancisce l’uscita degli Stati uniti anche dalle convenzioni internazionali sul diritto d’asilo.

Sempre con le parole di Sotomayor, ora “ancora più persone torneranno indietro e subiranno violenza a causa di qualcosa che non possono, né dovrebbero cambiare di se stesse: la loro razza, religione, nazionalità, o convinzioni politiche”. La sentenza in Mullin v. Alotrolado, oltretutto, non è l’unica che ieri ha contribuito ai piani della Grande deportazione dell’amministrazione Trump. Un’altra decisione della Corte suprema - che reca anch’essa il nome del nuovo segretario dell’Homeland Security Markwayne Mullin: Mullin v. Doe - contribuisce alla “buona riuscita” della Grande deportazione di Trump. Stavolta in questione era la protezione umanitaria temporanea (il temporary protected status, Tps), concessa agli immigrati siriani e haitiani per vivere e lavorare negli Stati uniti. Il Tps è stato anch’esso istituito dal Congresso (negli anni Novanta) per categorie di stranieri particolarmente a rischio in patria. L’amministrazione Trump con questa sentenza riuscirà nell’intento di abolirla definitivamente - e ne aveva sinora privato, con una serie di ordini esecutivi, cittadini provenienti da paesi come il Venezuela, l’Ucraina invasa dalle truppe di Putin e perfino gli ex alleati afghani - prima abbandonati a Kabul e poi, quei pochi che erano riusciti a fuggire, ricacciati in mano ai Talebani dagli stessi Stati uniti.

È di nuovo il giudice Samuel Alito, fra i più estremisti della Corte, a firmare l’opinione della maggioranza, in cui fa mostra di risentimento di fronte a uno degli argomenti addotti dai difensori degli haitiani: che il tentativo di espellerli dipende da una ostilità razziale nei loro confronti. Semplicemente assurdo, sostiene Alito, scordando forse che è stato proprio il presidente Donald Trump a sostenere (nel dibattito preelettorale con Kamala Harris) che gli haitiani provengono da un paese “lurido, sporco, disgustoso”, e che a Sprinfield, Ohio, gli immigrati haitiani “mangiano i cani e i gatti” dei cittadini americani, regolarmente bianchi.

La sottrazione del Tps a haitiani e siriani, ha commentato su X la procuratrice di New York Letitia James (anche lei nel mirino di Trump per averlo fatto condannare per falsificazione dei libri contabili), “è un tradimento dei nostri valori e della promessa fatta dal nostro Paese di proteggere le persone dallo sfollamento forzato e dalla violenza”. Una sentenza ancora più potenzialmente disastrosa è attesa a breve da questa Corte suprema: quella sull’ordine esecutivo emanato da Trump nella notte del suo insediamento, con cui abolisce uno dei pilastri della Costituzione: lo ius soli.