di Anna Lombardi
La Repubblica, 13 novembre 2022
La Louisiana non ha abolito, e a larga maggioranza, i lavori forzati. Nel corso di un referendum che si è tenuto martedì, in concomitanza con le elezioni di Midterm, ben il 60 per cento degli elettori dell’ex stato schiavista ha votato contro l’emendamento 7 della Costituzione che avrebbe bandito senza alcuna eccezione quella che nelle prigioni ancora viene legalmente chiamata “schiavitù e servitù involontaria”.
Il Paese che pure, dopo una sanguinosissima guerra, ha abolito la schiavitù nel 1865 con la ratifica del 13esimo emendamento della Costituzione, ha conservato in molti stati la possibilità di condannare i criminali appunto a quei lavori forzati - coi lavoratori incatenati che da “Nick Mano Fredda” a “Fratello dove sei?” abbiamo visto spesso nei film - che appunto ad una forma di schiavitù equivalgono.
Dopo che già tre stati - il Colorado nel 2018, seguito da Nebraska e Utah nel 2020 - hanno abbandonato la pratica sottoponendola a referendum, quest’anno altri cinque hanno infatti voluto seguire una procedura analoga. Ma mentre Alabama, Oregon, Tennessee e Vermont hanno votato ad altissima maggioranza per l’abolizione di quello che è ormai considerato un vero abuso dei diritti umani dei carcerati, la Louisiana ha opposto un solido “no”.
Le cose, però, sono più complicate di quel che sembra. A chiedere agli elettori di opporsi è stato infatti lo stesso deputato democratico Edmond Jordan, paladino dei diritti civili, che aveva avanzato la proposta: denunciando quanto, durante l’iter legislativo, la sua proposta fosse stata talmente annacquata dai suoi colleghi del Pelican State - per paura di dover poi revisionare migliaia di processi - da svuotarla fino a levarne efficacia. Approvare la formulazione approdata al referendum, insomma, avrebbe significato solo permettere di cambiar nome alla crudele pratica, senza di fatto sopprimerla. Come già accaduto in Colorado. Con buona pace delle indicazioni date invece da organizzazioni che si battono per i diritti dei prigionieri, come l’Abolish Slavery National Network, che pur concordando avevano chiesto comunque un “sì”: “Pensiamo poi a migliorare ancor più le cose”.
Il no della Louisiana ha però riportato sui giornali americani la realtà quotidiana di migliaia di prigionieri: costretti a lavorare a costo quasi zero (in sette stati non vengono pagati. In altri guadagnano da 2 a 20 centesimi l’ora, non arrivando a mettere insieme nemmeno due dollari dopo l’intera giornata) per un’industria che - lo scrive il Washington Post - produce beni per 2 miliardi di dollari l’anno, con quei poveretti “prestati” in subappalto ad aziende private (e fra queste, sostiene un’inchiesta della rivista Mother Jones, pure la catena di lingerie Victoria’s Secret, Microsoft e Starbucks) e agenzie governative. Il loro impiego, d’altronde, permette di risparmiare 9 miliardi l’anno alle stesse prigioni, dove i carcerati sono usati per la manutenzione degli edifici e per ogni altro mestiere interno.
Uno di questi carceri, proprio in Louisiana, è ospitato negli stessi capannoni della piantagione, fondata nel 1846 dallo schiavista Isaac Franklin, chiamata Angola. Sebbene il nome legale sia oggi Louisiana State Penitentiary, penitenziario di stato, tutti la conoscono ancora con l’antico nome dello stato africano (da cui gli schiavi di Franklin provenivano in massa). Qui ancora oggi i prigionieri - in maggioranza afroamericani - raccolgono il cotone a mano come duecento anni fa. Chi non fa la sua parte viene punito dai “guardiani” bianchi. Dormono in casermoni con letti a triplo castello. E quando muoiono vengono seppelliti in una fossa comune ai bordi del campo.









