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di Elisabetta Andreis

Corriere della Sera, 19 gennaio 2024

È nato come rapporto epistolare: lei, milanese 85enne; lui, un condannato della Florida nel braccio della morte. Silvia Rocco a Natale è andata anche a trovarlo: per l’uomo è stata la prima visita in assoluto. Nel meraviglioso libro del magistrato Elvio Fassone si raccontava la lunga corrispondenza tra un ergastolano e il suo giudice. Qui il rapporto epistolare è tra una milanese di 85 anni e un condannato della Florida accusato di avere ucciso un’anziana, che da tredici anni vive nel braccio della morte.

Nonostante mille difficoltà il legame si è fatto così stretto, assiduo ed essenziale - evidentemente per entrambi - che a Natale la signora, peraltro con difficoltà motorie, è andata persino a trovarlo di persona dall’altra parte dell’Atlantico: per quell’uomo è stata la prima visita in assoluto. Nessuno mai, in tredici anni, era andato a trovarlo lì in carcere, dove vive dentro a una cella di 2 metri per 2,80 senza finestre, con quattro ore d’aria alla settimana.

Lo ha fatto Silvia Rocco, quattro figli e diversi nipoti, che ha competenze nella comunicazione non verbale, insegnava teatro e si è sempre occupata di relazioni d’aiuto, anche in situazioni estreme. Dieci anni fa è stata colpita da una neuropatia progressiva alle gambe e da allora ha dovuto fermarsi: “La malattia mi ha avvilito e reso impotente, almeno dal punto di vista motorio. Ho dovuto smettere con il volontariato che facevo prima”.

Ma un giorno, nel gennaio di due anni fa, attraverso un’amica entra in contatto con Donald Williams, 67 anni, dell’Union correctional institution di Raiford, in Florida. “Me l’avevano descritto come un uomo solo al mondo. Immaginavo che le sue sarebbero state lettere tristi. Pensavo di dovergli portare una ventata d’aria fresca, visto che ho una vita piuttosto ricca, e credevo che avrei ricevuto poco in cambio, ma presto la storia ha preso un’altra piega”. Lettera dopo lettera, Donald ha scoperto di avere dei sentimenti: “Si è aperto con me. E io, di conseguenza, con lui. Siamo diventati amici, amici veri. Come se tra noi fosse spuntata d’improvviso una luce di vicinanza che è sempre più forte e sincera”.

Cosa possono fare di così potente le lettere? Silvia non sa una parola d’inglese, peraltro - e Donald non conosce l’italiano. Entrambi, quindi, si aiutano con Google translate, che lui peraltro può utilizzare solo sotto strettissima sorveglianza. “Quello che mi colpisce è la bellezza delle sue lettere, delle sue parole. Donald è cambiato, nel tempo”, continua Silvia. L’accusa di omicidio che lo ha portato alla condanna a morte è una spada di Damocle, ma “il suo processo è solo indiziario, per questo l’esecuzione viene procrastinata continuamente da tredici anni”.

Piano piano le lettere gli hanno fatto riscoprire di essere umano e lui ha cominciato a dare un valore alle sue giornate, a combattere, per come può. “Fa l’avvocato di se stesso, cerca a distanza di tanti anni prove e indizi, per quanto possibile. È una battaglia durissima ma è comunque qualcosa che lo fa sentire vivo”, riflette Silvia. E racconta che Donald ha recuperato i ricordi, che sono una ricchezza anche quando presentano conti terribili - da bambino e adolescente, ad esempio, ha subito e visto violenze e deprivazioni indicibili -, gli è venuta voglia di studiare, non a caso, Legge. “È di una intelligenza straordinaria, quando si è arruolato nei marines è risultato il primo per quoziente d’intelligenza, ci tiene a farmi avere tutti i documenti, quasi a provare ciò che dice”. Quindi Silvia aggiunge: “Per lui ogni cosa nuova è un dono. Ha sempre maggiore coscienza di sé. Persino i miei figli, che all’inizio erano un po’ preoccupati, si sono dovuti abituare all’idea che per me Donald è una persona importante”.

Lei lo stima, lui intravede una finestra possibile dentro a quella cella buia e minuscola dove vive. Per l’incontro vis-à-vis di Natale si sono preparati bene. Lei si è fatta accompagnare nel lungo viaggio da un’amica che conosce la lingua. “Donald era vestito con una tuta arancione, come nei film, e aveva la testa rasata, gli occhiali e un sorriso che a me commuoveva. La stanza dei colloqui era bianca e azzurra - prosegue il racconto ancora emozionato di Silvia -, le persone intorno non le vedevamo neanche. Ci siamo stretti la mano forte e abbiamo comunicato con gli abbracci, gli sguardi e soprattutto i silenzi. C’era una complicità sincera, a dispetto della differenza d’età. Siamo ormai grandi amici. Ho guadagnato un bel ricordo. E ho fatto il regalo più bello che potevo fare, innanzitutto a me stessa, viaggiando fino a là”.