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di Ettore Sequi

La Stampa, 15 febbraio 2025

I nuovi dazi approvati mercoledì da Donald Trump infliggono un altro colpo al sistema commerciale multilaterale. In poche settimane, Washington ha chiarito che le tariffe non sono più solo uno strumento di difesa economica, ma anche un’arma di pressione strategica per imporre vincoli agli alleati e costi più elevati ai rivali. Dietro la retorica della protezione dell’industria americana e della riduzione del deficit commerciale si cela un obiettivo più ambizioso: rafforzare il controllo di Washington sulle dinamiche economiche globali. I dazi servono soprattutto a trasformare il commercio in un pilastro della sicurezza nazionale e della politica di potenza americana, oltre che a frenare i flussi migratori o il traffico di fentanyl.

Con i dazi verso Canada e Messico, e le dichiarazioni provocatorie su Groenlandia e Panama, Washington traccia un perimetro preciso della propria sfera d’influenza nell’emisfero occidentale. È la riedizione in chiave trumpiana della dottrina Monroe, una dottrina “Donroe” per ammonire che nessun attore esterno, soprattutto la Cina, può interferire negli equilibri economici e strategici delle Americhe.

Con Bruxelles il confronto si gioca su un altro terreno. Per Washington l’Unione Europea non è solo un partner commerciale, ma anche una potenza regolatoria in grado di influenzare, attraverso normative come il Digital Service Act, l’espansione delle big tech americane, ostacolando uno dei principali strumenti di supremazia di questa Amministrazione. Le indagini della Commissione Europea su X e META lo dimostrano. Trump non considera l’Europa un avversario geopolitico, ma un freno da disinnescare attraverso pressioni economiche e un’offensiva tariffaria mirata, capace di influenzare le fragili economie europee e, di conseguenza, anche il potere normativo dell’UE.

La partita più importante, tuttavia, si gioca con la Cina, vero rivale sistemico degli Stati Uniti. Le tariffe finora imposte a Pechino non sono, per ora, un attacco frontale, ma un avvertimento. La Cina ha risposto con moderazione, mostrando di voler evitare un’escalation che potrebbe ritorcersi contro la sua stessa economia. Pechino è infatti alle prese con una sfida esistenziale: mantenere una crescita sufficiente ad arginare la disoccupazione giovanile e prevenire potenziali tensioni sociali. Il rallentamento della domanda interna ha reso l’economia cinese sempre più dipendente dalle esportazioni. Per compensare questa debolezza, il governo cinese sostiene con sussidi massicci la propria industria manifatturiera, che inonda i mercati globali con prodotti di buona qualità e sottocosto, alterando la concorrenza. Stati Uniti ed Europa denunciano questa strategia come una distorsione dei mercati e accusano Pechino di scaricare all’estero il suo eccesso produttivo. La Cina ha rafforzato la sua presenza nei mercati emergenti, costruito nuove catene di approvvigionamento e stretto accordi strategici per creare piattaforme di accesso ai mercati occidentali. Soprattutto, Pechino aggira i dazi triangolando le esportazioni attraverso Paesi come Vietnam, Malesia e Messico, che fungono da piattaforme di transito per prodotti rietichettati prima di raggiungere il mercato statunitense. Per contrastare questo meccanismo, l’Amministrazione Trump potrebbe applicare dazi indiscriminati, ma ciò sarebbe controproducente: colpendo anche gli alleati, Washington rischierebbe di erodere la fiducia internazionale e di spingere la Cina verso un nuovo sistema di relazioni commerciali meno dipendente dagli Stati Uniti. Anche potenze come il Giappone e l’India osservano con attenzione la politica tariffaria americana e stanno valutando la possibilità di diversificare le proprie catene di fornitura, nella consapevolezza di quanto le tensioni commerciali possano ridefinire l’architettura economica globale.

Le implicazioni delle politiche americane vanno oltre l’economia. L’imprevedibilità delle decisioni di Trump mina la credibilità di Washington: se persino gli alleati non sono al riparo dai dazi, spesso punitivi, chi può fidarsi della stabilità del sistema guidato dagli Stati Uniti? Inoltre, l’approccio americano, che privilegia la coercizione alla cooperazione, invia un segnale pericoloso: la forza può rivelarsi più efficace del dialogo. Una lezione che la Cina potrebbe applicare in futuro su dossier sensibili come Taiwan.

La politica tariffaria di Trump, nata per riaffermare la supremazia degli Stati Uniti, rischia di minare la stessa architettura economica che ha sostenuto il primato americano, favorendo l’ascesa di un ordine multipolare con Pechino in posizione centrale.