di Luigi Manconi
L'Espresso, 15 agosto 2020
La prima volta in cui Enrico "Chico" Forti appare sul grande schermo è nel 1990. Mike Bongiorno lo accoglie con cordialità nel suo Telemike, colpito dalla memoria pronta di questo giovane trentenne. Ex campione di windsurf, poi videomaker e produttore televisivo, senza apparente difficoltà vince il premio di 80 milioni di lire e lascia Trento per gli Stati Uniti.
Ma Mike Bongiorno non avrebbe certo immaginato che la storia pubblica di Forti dovesse ancora iniziare. A vedere le immagini della sua vita prima della condanna all'ergastolo negli Stati Uniti viene da pensare al Grande Gatsby: "Uno di quei rari sorrisi dotati di eterna rassicurazione, che s'incontrano quattro o cinque volte nella vita. Fronteggiava - o sembrava fronteggiare - l'intero mondo esteriore per un istante, e poi si concentrava su di te con un irresistibile pregiudizio a tuo favore". (Francis Scott Key Fitzgerald). Nel 1998 Chico Forti vive agiatamente a Miami da quasi dieci anni, sposato e con tre figli, lavora come produttore e intermediario immobiliare.
Proprio quest'ultima attività lo porterà a conoscere Anthony Pike, proprietario di un hotel di lusso a Ibiza, in via di fallimento. Tra i due si apre una trattativa, l'italiano intende rilevare l'immobile. Pyke chiede a Forti di pagargli il biglietto, per sé e per il figlio, dalla Malesia a Miami, così da poter firmare le ultime carte. A partire sarà però solo Dyle, il figlio.
Forti lo andrà a prendere all'aeroporto e, da qui in avanti le rispettive versioni (di Forti e dei suoi accusatori) si contraddicono. È il 16 febbraio del 1998 quando il corpo senza vita di Dyle Pike viene ritrovato tra le sterpaglie di un bosco. L'arma del delitto, una pistola calibro 22, non verrà mai recuperata. Forti sostiene di aver appreso l'accaduto solo tre giorni dopo e decide di recarsi al commissariato di polizia per offrire la propria testimonianza. I poliziotti lo ascoltano, già sospettandolo come principale indiziato: il movente sembra chiaro da subito. Forti avrebbe inteso truffare il padre che, secondo l'accusa, non sarebbe stato più in grado di intendere e di volere. Da qui uno scontro col figlio, che avrebbe avuto la peggio.
Mentre per il diritto penale italiano, durante l'interrogatorio "è vietato utilizzare metodi o tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti" dell'indiziato, negli Stati Uniti la possibilità di mentire, da parte delle forze di polizia, non è esclusa. Per l'ex capo della sezione omicidi di New York "l'utilizzo di false notizie per incastrare un presunto colpevole in 60 L'Espresso 15 agosto 2020 America è routine".
E, infatti, a Forti verrà fornita una falsa informazione, per la quale, a essere uccisi, sarebbero stati i entrambi i Pyke. Dopo 22 ore di interrogatorio senza avvocato, Chico Forti viene preso dal panico e pronuncerà quell'affermazione falsa che, presumibilmente, determinerà la sua condanna: nega di aver mai incontrato Dyle. Il tutto avviene senza che gli investigatori gli leggano "I diritti Miranda", ossia le prerogative a tutela del sospettato prima che gli venga posta qualsiasi tipo di domanda. Nonostante questo, il giorno seguente Forti, a mente fredda, torna al posto di polizia e ammette di aver incontrato il figlio di Anthony all'aeroporto.
Oltre al presunto movente e alla bugia su Dyle, tre mesi dopo le indagini i detective troveranno nell'auto di Forti, peraltro già controllata due volte, "qualche granello" di sabbia che, secondo alcuni periti, proverrebbe dallo stesso luogo dove venne trovato il cadavere. La vicenda giudiziaria di Forti si chiuderà con un processo della durata di 24 giorni, una giuria incerta che "pur di concludere" (dirà poi una delle giurate) decide per la condanna. Il 15 giugno del 2000 il presidente della giuria pronuncerà la sentenza: "La Corte non ha le prove che lei signor Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l'istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. La condanno all'ergastolo senza condizionale".
Da venti anni Chico Forti è detenuto negli Stati Uniti. Oggi si trova nel carcere di massima sicurezza vicino a Miami, il Dade Correctional Institution di Florida City. Tra i primi in Italia, oltre a parenti e amici, a denunciare la violazione dei diritti di Enrico Forti fu il magistrato Ferdinando Imposimato. È stato lui, infatti, nel 2012, a presentare un report al ministero degli Affari esteri che conteneva le motivazioni per la richiesta di revisione ed elencava le incongruenze del processo e le violazioni messe in atto dalle autorità americane.
A partire dai primi due interrogatori che non vennero registrati, ma che, solo cinque mesi dopo, furono trascritti "sulla base dei ricordi" dei poliziotti. Il fermo di Forti, inoltre, avvenne in violazione dell'accordo di Vienna, segnalava Imposimato, poiché le autorità consolari italiane non vennero mai avvisate: come conferma un documento di scuse per "l'involontaria" omissione, recapitato dalla polizia al nostro consolato. A essere ignorata è stata anche la regola chiamata "Double Jeopardy" per la quale, se un imputato è stato assolto da un'accusa in un precedente processo (truffa), la stessa accusa non può essere usata come materia in un altro giudizio.










