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di Marco Cinque

Il Manifesto, 15 marzo 2022

Dopo il rifiuto della Corte suprema Usa di rivedere il caso della donna nel braccio della morte in Texas, l’esecuzione si terrà il 27 aprile. Il 18 ottobre 2021 la Corte suprema statunitense si era rifiutata di rivedere il caso della 53enne Melissa Elizabeth Lucio, una detenuta ispanica rinchiusa nel braccio della morte in Texas. Questo rifiuto ha permesso allo stato più forcaiolo d’America di fissare per la condannata la data di esecuzione per il prossimo 27 aprile. La storia di Melissa e la sua vicenda giudiziaria sono emblematici, perché raccontano l’emarginazione, la discriminazione e gli abusi istituzionali che inquinano le radici del diritto e della stessa democrazia negli Stati uniti.

Nata nella Rio Grande Valley, nel cuore più povero della comunità latina del Texas meridionale, Melissa è cresciuta in un ambiente estremo e degradato, che l’ha deprivata di ogni autostima, condannandola a una vita di sottomissione, umiliazioni e sacrifici. Dopo un’infanzia piena di abusi, Melissa ha avuto una relazione con due diversi uomini, che l’hanno costretta a sfornare un figlio dopo l’altro e a diventare, suo malgrado, madre di 14 bambini. Possiamo solo immaginare come possa essere stato difficile per questa donna dover coniugare educazione, amore e affetto in un contesto dove queste parole sono quasi totalmente aliene.

Da vittima predestinata dell’ingiustizia sociale, Melissa ha visto materializzarsi puntualmente anche l’ingiustizia di un sistema penale che l’ha precipitata nel braccio della morte. La vicenda giudiziaria risale al 2007, durante un trasloco della famiglia di Melissa, quando Mariah, la figlioletta di due anni, morì e le furono trovati lividi sul corpo. La donna affermò che la bambina era caduta dalle scale, mentre l’accusa sosteneva che era stata picchiata ed era morta a seguito delle percosse. Come sempre accade in queste vicende, l’imputata non aveva risorse per permettersi un ufficio legale adeguato, mentre la polizia texana e il procuratore distrettuale, Armando Villalobos, fecero di tutto per farla condannare.

Gli interrogatori furono un calvario per Melissa, con ore di allusioni e domande minacciose fatte dal Texas Ranger Victor Escalon. Alla fine la donna fu costretta a dichiarare: “Non so cosa volete che dica. Ne sono responsabile. Credo di essere stata io”. I suoi difensori chiesero timidamente di mettere agli atti la testimonianza di uno psicologo, il dottor John Pinkerman, per spiegare l’effetto coercitivo dell’interrogatorio condotto dalla polizia. Nel documento il medico descrisse Melissa come una “donna maltrattata che si prende la colpa di tutto ciò che accade in famiglia”, ma il giudice respinse questa prova, affermando che era irrilevante. Tutti i figli più grandi di Melissa sono stati ascoltati dalla Corte e hanno sempre dichiarato che la madre non li aveva mai malmenati, né loro né la piccola Mariah, ma il destino della donna ormai era già scritto.

Nel 2014 lo stesso Villalobos, il procuratore distrettuale che si accanì contro Melissa, venne incriminato per corruzione ed estorsione e da allora sta scontando, assieme ad altri suoi complici, una condanna a 13 anni di reclusione. La vicenda di Villalobos rende ancor più evidente il marciume che c’è dentro il sistema giudiziario penale statunitense e quanto questo possa essere credibile e affidabile, soprattutto quando si abbatte su minoranze e poveri che non possono permettersi una difesa decente.

Nel luglio 2019 la condanna a Melissa era stata annullata dalla Corte d’Appello degli Stati uniti per il Quinto circuito, ma lo Stato del Texas aveva impugnato immediatamente la sentenza di assoluzione e nel processo che seguì, nel febbraio del 2021, venne di nuovo ribaltata la decisione con un voto di 10 contro 7, ripristinando così la condanna a morte e concludendo che all’imputata era stato sì negato completamente il diritto di difendersi, ma che comunque le regole procedurali impedivano di ribaltare la sua condanna.

Sulla vicenda di Melissa è stato realizzato il film documentario The State of Texas vs. Melissa, di Sabrina Van Tassel, poi selezionato per Tribeca nel 2020 e vincitore di una serie di riconoscimenti, tra cui il premio per il miglior documentario di Raindance. In una intervista, Jason Flom, fondatore di Lava Records e membro del consiglio di Innocence Project, aveva affermato: “Il terribile caso di Melissa Lucio è un esempio di quanto sia veramente corrotto il nostro sistema legale penale. Melissa è stata vittima di un pubblico ministero corrotto che sta scontando una pena in una prigione federale, oltre a un difensore incompetente e molto probabilmente compromesso”.

Lo scorso 18 febbraio, amici e famigliari di Lucio, assieme anche a John, il figlio terzogenito della donna, hanno manifestato fuori dal tribunale della contea di Cameron, scongiurato i funzionari che hanno firmato la data di esecuzione di guardare almeno il documentario in cui si evidenzia l’innocenza della condannata, ma le loro richieste sono state ignorate. Tra i funzionari c’era anche Peter Gilman, l’ex avvocato di Melissa Lucio, ora pubblico ministero nell’ufficio del procuratore distrettuale. John Lucio sostiene che Gilman ha nascosto le prove che potrebbero salvare sua madre: “Gilman non vuole rispondere perché sa quello che ha fatto. Sa esattamente quello che ha fatto. Ha tralasciato molte prove”. Pensare che quello che prima avrebbe dovuto difenderti ora contribuisce alla tua condanna dev’essere qualcosa di abominevole.

Dal braccio della morte di McAlester, il prigioniero cherokee Scotty Moore denunciava: “Nel braccio della morte non troverai mai uno con la grana, ma solo minoranze, malati mentali, poveracci e analfabeti”. Questo, in realtà, è il vero motivo che ha condannato Melissa Lucio sin dal giorno della sua nascita ma, al di là della sua innocenza o colpevolezza, resta comunque una vittima da strappare dalle mani dei boia di stato texani. I veri colpevoli, che dovrebbero essere portati sul banco degli imputati, sono lo Stato del Texas, il sistema giudiziario penale degli Stati uniti e una democrazia malata che permette contesti degradati e degradanti, che fa poco o nulla per ridurre quella forbice delle diseguaglianze che contribuisce a far finire in prigione un cittadino americano ogni 130, in un paese che è al primo posto nell’oscena classifica delle incarcerazioni, con quasi un quarto dei detenuti dell’intero pianeta. Impedire che il 27 aprile si celebri l’omicidio legalizzato di Melissa Lucio, una donna che andrebbe liberata e sostenuta, diventa un dovere per tutte le persone che ancora si reputano civili.