Il Dubbio, 30 agosto 2026
L’impennata nella stretta all’immigrazione si è registrata a luglio, con 50mila fermi in un mese: il confronto con l’era pre Trump. I numeri sono impressionanti: gli agenti dell’Ice, l’ormai famigerata agenzia federale statunitense per il controllo dell’immigrazione, hanno arrestato 500.000 persone nell’ultimo anno, di cui 50.000 solo a luglio. A rivelarlo è il Washington Post, dopo aver analizzato i dati del dipartimento degli Interni. Quasi il 40% di queste persone non aveva precedenti penali: la Casa Bianca - scrive il quotidiano - ha ripetutamente affermato che la campagna di espulsioni è diretta contro i “peggiori tra i peggiori”, ossia migranti irregolari responsabili di reati violenti o recidivi, ma i dati mostrano un aumento degli arresti di persone accusate soltanto di violazioni amministrative delle norme sull’immigrazione e prive di condanne o procedimenti penali pendenti. Il totale di 49.571 fermi registrato il mese segna il dato mensile più alto registrato dall’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump, con un incremento del 15% rispetto ai 43.021 del mese precedente e un aumento del 70% rispetto ai 29.241 di febbraio, periodo successivo all’intensificazione delle operazioni di controllo dell’amministrazione in Minnesota. E’ la ripresa della linea dura, già certificata dai dati diffusi dall’Associated Press e raccolti dal Deportation Data Project dell’Università della California Berkeley.
L’impennata delle operazioni mette in luce la continuità programmatica dell’esecutivo federale sul terreno delle deportazioni di massa. Un obiettivo perseguito malgrado il cambio di strategia tattica imposto all’inizio dell’anno, quando l’amministrazione aveva temporaneamente smorzato i blitz ad alta visibilità nelle grandi metropoli - finiti al centro delle polemiche dopo i drammatici fatti di gennaio in Minnesota - per privilegiare interventi capillari e meno esposti alla luce dei riflettori, rivelatisi tuttavia altrettanto dirompenti sul piano sociale e dei diritti.
L’aumento degli arresti coincide con il forte potenziamento delle capacità operative del dipartimento per la Sicurezza interna, reso possibile dagli oltre 170 miliardi di dollari di finanziamenti aggiuntivi approvati dal Congresso lo scorso anno. L’amministrazione ha assunto migliaia di nuovi agenti dell’Ice e della Border Patrol, acquistato tecnologie di sorveglianza e aperto ulteriori centri di detenzione. La traiettoria dei numeri descrive plasticamente la parabola della strategia migratoria della Casa Bianca. Nelle settimane precedenti l’insediamento di Donald Trump, gli arresti mensili si attestavano attorno alle 8.000 unità, alimentati prevalentemente dal trasferimento di detenuti stranieri da carceri statali e locali verso i centri di detenzione federale. Con l’avvio della presidenza e lo sblocco di ingenti finanziamenti miliardari a favore dell’Ice, accompagnato dall’allentamento dei vincoli operativi sui luoghi e sui soggetti passibili di fermo, la curva dei provvedimenti era rapidamente schizzata verso l’alto, superando quota 40.000 già a dicembre.
Il trend aveva subito una frenata all’inizio dell’anno in seguito alle due sparatorie mortali avvenute in Minnesota nel mese di gennaio, episodi che avevano provocato proteste generalizzate e un duro scontro istituzionale con i parlamentari democratici. In quella fase, il rallentamento aveva stabilizzato temporaneamente i fermi intorno a quota 30.000. Tuttavia, superata la fase di maggiore tensione politica, l’apparato federale ha progressivamente ripreso slancio operativo, culminando nel record estivo di luglio e riaprendo il dibattito sulle garanzie e sui confini delle politiche di sicurezza interna.









