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di Matteo Persivale

Corriere della Sera, 25 giugno 2025

I supremi giudici sbloccano le deportazioni. E vicino a Miami nascerà un carcere nella palude. “Alligator Alcatraz” pare il titolo di uno quei film di serie B degli anni Settanta così amati da Quentin Tarantino: ci si immagina il carcere subtropicale con il direttore in giacca e cravatta dallo sguardo crudele e i modi gelidi, i secondini sudati, i detenuti disperati con le barbe lunghe che cercano di organizzare un’evasione impossibile a causa del fossato con i coccodrilli.

“Alligator Alcatraz” è invece il progetto appena varato - le ruspe sono già al lavoro dall’altro ieri mattina presto - per aprire in Florida quello che la ministra per la Sicurezza interna Kristi Noem ha definito “un’iniziativa per istituire centri di detenzione per immigrati, tra cui un sito proposto nelle Everglades che i funzionari statali hanno soprannominato “Alligator Alcatraz”“. Secondo il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, un piccolo aeroporto semiabbandonato tra le paludi delle Everglades verrà riconvertito in un centro di detenzione per immigrati senza permesso.

L’appellativo di “Alligator Alcatraz” deriva dal fatto che, ha spiegato, un detenuto che cercasse di fuggire si troverebbe ad affrontare alligatori e pitoni nelle paludi che circondano il sito. La struttura verrà entro poche settimane resa operativa e da fine luglio dovrebbe ospitare un numero di detenuti che potrebbe, al termine dei lavori, arrivare a 5 mila. “Non potranno più uscire”, ha detto Uthmeier in un’intervista con il commentatore conservatore Benny Johnson, descrivendo la struttura “Alligator Alcatraz”, cosa che richiama una vecchia proposta di Trump del 2016, che chiedeva allo staff di organizzare fossati con coccodrilli per i migranti.

I costi? Federali, senza gravare sulla Florida. Noem ha spiegato che i centri di detenzione in Florida saranno finanziati “in gran parte” dal programma di alloggi e servizi della protezione civile, cioè dalla fiscalità generale. I tribunali? La Corte Suprema ha appena consegnato una vittoria decisiva a Trump in materia di immigrazione: la maggioranza conservatrice ha aperto la strada alla ripresa delle espulsioni dei migranti verso Paesi terzi, senza ulteriori obblighi di giusto processo come era stato invece imposto da un giudice distrettuale.

L’ordinanza della Corte Suprema consente all’amministrazione Trump di riprendere a effettuare espulsioni con procedura accelerata di immigrati irregolari verso Paesi diversi dal proprio. Stephen Miller, vicecapo dello staff e di fatto plenipotenziario in fatto di immigrazione, “mente” trumpiana in materia (a lui il compito delicato di concettualizzare le istanze della base del movimento Maga), ha immediatamente attaccato un giudice di Boston che aveva bloccato in una base africana degli immigrati che Trump aveva deportato in Sud Sudan. “Si sta rifiutando di obbedire alla Corte Suprema. Aspettatevi fuochi d’artificio, riterremo questo giudice responsabile di essersi rifiutato di obbedire alla Corte Suprema”, ha dichiarato Miller a Fox News.

Cosa resta ai democratici adesso? Parole. Il dotto, elegante dissenso della giudice Sonia Sotomayor, insieme alle altre democratiche della Corte Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson. Alla sentenza decisa dai colleghi repubblicani ha aggiunto una nota di dissenso, accusando i suoi colleghi di tollerare comportamenti “illegali” da parte dell’amministrazione in “questioni di vita o di morte”. Ha scritto: “Questa Corte interviene ora per concedere al governo un provvedimento d’emergenza da un ordine che ha ripetutamente disatteso. Non posso unirmi a un così grave abuso della discrezionalità della Corte in materia di equità. La clausola del giusto processo rappresenta il principio che il nostro è un governo di leggi, non di uomini, e che ci sottomettiamo ai governanti solo se sottomessi alle regole. Premiando l’illegalità, la Corte mina ancora una volta questo principio fondamentale.

A quanto pare, la Corte ritiene l’idea che migliaia di persone subiranno violenze in luoghi remoti più accettabile della remota possibilità che un Tribunale distrettuale abbia ecceduto i suoi poteri. Tale uso discrezionale della legge è tanto incomprensibile quanto imperdonabile. Rispettosamente, ma con rammarico, dissento”.