di Sonia Sotomayor
L’Unità, 1 novembre 2025
In Florida, dopo 46 anni di detenzione, un uomo sta per essere condannato a morte. In Italia qualcuno sta provando a salvargli la vita. Nel marzo del 2018 Federica si imbatte in un post della Comunità di Sant’Egidio: “Vuoi corrispondere con un condannato nel braccio della morte?”. È un’iniziativa per rompere l’isolamento dei detenuti in attesa di esecuzione negli Stati Uniti. Federica decide di rispondere, più per curiosità che per convinzione: “Nella peggiore delle ipotesi, mi sarei allenata con l’inglese”.
Pochi giorni dopo riceve un nome: Bryan Frederick Jennings, 67 anni, da oltre 46 rinchiuso nel braccio della morte in Florida. È stato condannato per un omicidio avvenuto nel 1979, quando ne aveva 20. Tre processi, tre verdetti non unanimi, nessuna prova diretta. Prima di scrivergli, Federica cerca la sua storia online. Scopre che la vittima era una bambina. “Mi sono detta: se è questo, non ce la faccio. Ma poi ho guardato la sua foto. Non mi metteva paura. E ho deciso di scrivergli lo stesso”.
Da quella prima lettera è nato uno scambio che va avanti da otto anni. All’inizio Bryan viveva isolato in una cella di meno di tre metri quadrati, da cui poteva uscire solo due volte a settimana per due ore d’aria. Poi, dopo una serie di ricorsi collettivi, i detenuti hanno ottenuto di poter usare un tablet per comunicare via mail e fare brevi telefonate.
“All’inizio pensavo di portargli un po’ di vita”, racconta Federica. “Ma in realtà è stato lui a portarla a me”. Nel 2022 il suo avvocato d’ufficio muore all’improvviso. Da allora Bryan rimane senza difesa legale, bloccato in un limbo giudiziario. Federica inizia a studiare il suo caso da sola, leggendo gli atti processuali trovati online. Scopre che non esistono prove dirette: nessun testimone oculare, nessun DNA, solo dichiarazioni di informatori poi ritrattate. Scrive un riassunto della vicenda e lo invia a decine di studi legali americani, chiedendo una difesa gratuita. Quasi nessuno risponde. “Nelle uniche volte in cui qualcuno si è degnato di rispondermi mi è stato detto semplicemente che non se la sentivano di prendersi sulle spalle una storia processuale così lunga e complicata”.
Il 10 ottobre 2025, nella Giornata mondiale contro la pena di morte, il governatore della Florida firma l’ordine di esecuzione. La data è fissata per il 13 novembre. Solo allora lo Stato assegna un nuovo avvocato a Bryan, dandogli meno di un mese per studiare 46 anni di atti. “È come dire: hai un difensore, ma non hai davvero una difesa”, spiega Federica. Dopo la firma, Bryan viene trasferito nella sezione “death watch”, dove finiscono i detenuti con una data di esecuzione fissata. È composta da tre celle, isolate dalle altre.
Ogni volta che un detenuto viene giustiziato, gli altri si spostano di cella. Bryan è già arrivato all’ultima. Gli hanno tolto il tablet e ridotto le telefonate. “Mi dice che sta bene, che si era preparato da tempo. Ma quando lo hanno portato nella nuova sezione mi ha scritto che quella camminata attraverso il carcere è stata dura. Poi ha aggiunto che è più preoccupato per me che per sé”. Intanto, la Comunità di Sant’Egidio e l’associazione Floridians for Alternatives to the Death Penalty hanno lanciato petizioni e appelli per sospendere l’esecuzione. “Dopo 46 anni nel braccio della morte”, dice Federica, “credo che Bryan abbia già pagato. Ucciderlo adesso non serve a niente. È solo un modo diverso di infliggere dolore”.
La pena di morte è ancora legale in 27 stati americani, ma viene applicata solo da una parte di essi. Secondo il Death Penalty Information Center (2025), circa 2.100 persone sono nel braccio della morte. Nel 2024 negli Stati Uniti si sono svolte 25 esecuzioni, concentrate soprattutto in Texas, Florida, Alabama e Missouri.
Nel 2024, la Florida ha introdotto una legge che consente di infliggere la pena di morte anche senza verdetto unanime della giuria - una misura criticata da organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch (AP News, 2024). Mentre stati come California, Oregon e Pennsylvania hanno sospeso o abolito la pena capitale, altri la stanno rilanciando.
“Sono anni che partecipo ad attività di advocacy contro la pena di morte, scrivo articoli, pensieri, cerco di dare il mio contributo alla diffusione di una diversa cultura. Non è giustizia. Uccidere una persona non restituisce nulla, non ripara niente, non rende la società più sicura. È solo lo Stato che fa ciò che vieta agli altri, infliggendo dolore anche ai familiari e alle persone care del condannato, alimentando un ciclo di morte che non porta mai davvero alla fine di nulla”, conclude Federica. E cita le ultime parole di Anthony Boyd, giustiziato in Alabama il 23 ottobre 2025: “It’s not about closure, because closure comes from within, not an execution”.











