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di Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni

L’Espresso, 28 ottobre 2026

Susan Sarandon la interpretò in Dead Man Walking: suor Helen Prejean si batte da sempre contro le esecuzioni. Sulla fucilazione in diretta streaming poi annullata dice: “È una follia”. È più affaccendata del solito, in questo scorcio d’autunno. Da oltre quarant’anni suor Helen Prejean cerca di convincere gli Stati Uniti a smettere di ammazzare in nome della legge del taglione. Ma proprio quando gli americani sembravano cominciare a darle retta, è arrivato il presidente Donald Trump, deciso a riportare indietro le lancette. In Italia l’abbiamo conosciuta con il volto di Susan Sarandon, che vinse l’Oscar interpretandola in Dead Man Walking, accanto a Sean Penn nei panni di un detenuto. Prima del film c’era stato il libro, il bestseller pubblicato nel 1993 (Condannato a morte, Bompiani 1996).

Una storia che portò la pena capitale al centro di un acceso dibattito nazionale. La sua battaglia ha contribuito a cambiare anche la posizione del Vaticano; Giovanni Paolo II ne restrinse le eccezioni, Francesco nel 2018 le cancellò del tutto, dichiarandola inammissibile. A 87 anni, suor Helen non avrebbe mai immaginato di vedere l’America rispolverare i plotoni d’esecuzione e arrivare persino a ipotizzare una fucilazione in diretta streaming.

Negli ultimi trent’anni, il sostegno alla pena capitale è crollato negli Usa. La Casa Bianca, invece, vuole estenderla a un numero crescente di reati. Come spiega questo scollamento con l’opinione pubblica?

“Trump ha cambiato enormemente il tono del Paese. Negli ultimi sei mesi del suo primo mandato presidenziale decise di far uccidere 13 condannati nel braccio della morte federale. Ma la maggior parte della popolazione si sta allontanando dalla pena di morte. In molti Stati è stata abolita per legge o non viene più applicata nella pratica. Quando guardiamo alle esecuzioni che avvengono in Florida, al tentativo di ammazzare Christa Pike in Tennessee, all’Alabama, vediamo che si tratta di ex Stati schiavisti, che sono sempre stati favorevoli. E per i politici del profondo Sud è politicamente conveniente sostenerla e dichiararsi duri contro il crimine. Spesso riescono a farsi eleggere proprio così”.

La proposta del ministro della Difesa Pete Hegseth di trasmettere in diretta la fucilazione di Nidal Hasan ha scatenato veementi proteste bipartisan, costringendo Trump a fare marcia indietro...

“Ho apprezzato che papa Leone abbia denunciato quella che ha definito la glorificazione della cultura della morte. Idee del genere finiscono per normalizzare la violenza. Hegseth ha riproposto il solito argomento: mostrare al pubblico la gravità del crimine e chiamare il responsabile a risponderne davanti a tutti. D’altronde, ha persino invocato Gesù Cristo per la guerra in Iran, pregando che ogni proiettile colpisse il bersaglio”.

Puntava sull’effetto deterrente...

“Le esecuzioni avvengono dentro le mura delle carceri, lontano dagli occhi del pubblico. Trasmetterle in diretta sarebbe diverso. Pensiamo alla strage nel supermercato di Buffalo: l’assassino aveva guardato ripetutamente la scena degli attentati di Christchurch, in Nuova Zelanda, postata in streaming (su Facebook). In un Paese dove chiunque può procurarsi un’arma, quelle immagini scoraggerebbero la violenza o rischierebbero di alimentarla? È una follia, è controproducente”.

Un altro caso, lo citava, è quello di Christa Pike, in Tennessee. Sopravvissuta a settembre a due iniezioni di pentobarbital, è rimasta incosciente per giorni. Ha seguito personalmente la vicenda?

“Ho appena parlato con Sandra Babcock, della Cornell University, esperta degli abusi subiti dalle donne condannate. Conosce Christa e mi ha raccontato l’incompetenza di chi ha tentato di giustiziarla. Non riuscivano a trovare una vena e lei stessa cercava di aiutarli, indicando i punti del braccio e della spalla dove fare l’iniezione. Aveva detto di non temere la morte, ma il modo in cui le avrebbero tolto la vita. La Corte Suprema permette di fatto agli Stati di sperimentare come uccidere le persone, affidando le esecuzioni a personale senza formazione medica. Non abbiamo contezza di quali danni cerebrali abbia subito per la mancanza di ossigeno. E il personale nel braccio della morte in Tennessee non sapeva nemmeno come chiamare i soccorsi per far arrivare un’ambulanza”.

Una barbarie che ha messo a nudo le falle del sistema...

“Se Christa avesse avuto un processo equo e buoni avvocati, sarebbero emerse tutte le attenuanti. Da piccola ha subito gravi abusi. Chi è stato ferito finisce per ferire. La violenza ricevuta l’ha portata a commettere quel terribile omicidio. Ma guardiamo all’arbitrarietà del sistema: aveva 18 anni, gli altri due coinvolti 17 o meno. Loro non hanno avuto la pena capitale, lei sì per un anno solo di differenza. Il governatore del Tennessee dovrebbe commutare la condanna. Christa ha già subito una tortura. I nove saggi a Washington discutono su quanto dolore sia ammissibile durante un’esecuzione, sostenendo che la sofferenza faccia parte della morte. Ma quanta ne occorre perché si possa parlare di crudeltà? Dovrebbero guardare all’Ottavo emendamento della Costituzione e riconoscere che uccidere esseri umani coscienti e dotati di immaginazione è una tortura. Non riescono a vederlo perché sono persone privilegiate, che hanno avuto ogni opportunità, senza sapere cosa significhi vivere sulla propria pelle la violenza”.

In oltre quarant’anni ha assistito a tante esecuzioni. Che cosa si ripete, ogni volta, in quei momenti terribili?

“Tutte hanno qualcosa in comune. È un freddo protocollo, passo dopo passo. Lo Stato ti preleva dalla cella, ti circonda con sei guardie, ti ammanetta le mani alla vita, ti mette i ferri alle gambe, ti conduce lungo un corridoio, ti lega e ti uccide. Agghiacciante. Bisogna considerare anche le ferite morali di chi partecipa alle esecuzioni. Nel mio libro racconto di un maggiore che mi confessò che dopo non riusciva né a dormire né a mangiare, perché nel profondo sapeva di aver contribuito a sopprimere una persona indifesa”.

La pena capitale negli Stati Uniti è ancora uno scotto che pagano soprattutto le minoranze...

“L’ingiustizia razziale emerge nella scelta di chi condannare. Viene chiesta prevalentemente quando vengono uccisi cittadini considerati di valore, bianchi. Bisogna sempre guardare alla razza della vittima. Quando invece vengono ammazzate persone di colore, quella morte conta pochissimo. Alla fine degli anni Ottanta, nel caso McCleskey v. Kemp, la Corte Suprema ebbe l’occasione di affrontare il razzismo del sistema giudiziario. Riconobbe che esisteva, ma sostenne che porvi rimedio sarebbe stato troppo costoso”.

Qual è l’ultimo caso che sta seguendo?

“Manuel Ortiz, un uomo innocente che si trova nel braccio della morte in Louisiana da quasi 35 anni. Gli sono accanto da oltre venti. Nessun tribunale gli ha reso giustizia, per questo sto scrivendo un libro sulla sua storia. Grazie a Dio, non ha ancora una data fissata per l’esecuzione. Spero che il volume possa aiutarlo a ottenere giustizia. Nel profondo Sud, una volta condannati a morte, è difficilissimo ottenere una revisione della sentenza. La Corte federale del Quinto Circuito, che comprende Louisiana, Mississippi e Texas, ha probabilmente confermato più condanne a morte di qualsiasi altro tribunale federale del Paese”.

Che cosa le dà la forza di continuare a credere nel cambiamento?

“Ho ancora speranza negli americani. Quando uscì Dead Man Walking, nel 1993, l’80% della popolazione sosteneva la pena di morte, oggi siamo intorno al 50%. Abbiamo pubblicato anche una versione a fumetti, per avvicinare i giovani, ormai poco abituati a leggere. Quando riesci a coinvolgere i ragazzi e a confrontarti con loro, puoi affrontare l’argomento da tante prospettive. Si può cambiare il cuore e la mente delle persone. L’ho visto accadere”.