di Nadia Addezio
Il Manifesto, 27 aprile 2025
Non sussistono più le condizioni, stop ai Tps concessi dopo la disfatta Usa a Kabul. Status di protezione in scadenza per 11 mila rifugiati afghani. Rimpatri di massa anche da Pakistan e Iran. A partire dal 20 maggio, gli oltre 11mila afghani che hanno ricevuto lo status di protezione temporanea (Tps) rischiano di essere espulsi dagli Stati uniti. Lo ha stabilito il 21 marzo la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem che considera l’Afghanistan un paese dove non sussistono più i requisiti per il riconoscimento del Tps.
Con il ritiro delle truppe statunitensi e della coalizione Nato dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei talebani nell’estate del 2021, il Dipartimento della sicurezza interna (Dhs) aveva concesso nella primavera del 2022 lo status di protezione temporanea per l’Afghanistan. Le condizioni umanitarie ed economiche nel paese avevano, infatti, convinto l’allora amministrazione Biden a concedere il Tps ai cittadini afghani. Valido per 18 mesi e successivamente esteso al 20 settembre 2023, lo status era stato rinnovato per il periodo dal 21 novembre 2023 al 20 maggio 2025. Poi, la battuta d’arresto.
“Lasciare scadere il TPS per gli afghani avrà un impatto negativo su migliaia di beneficiari, sulle comunità che li hanno accolti e sulle aziende americane che li hanno assunti”, ha dichiarato Jennie Murray, Presidente e Ceo del National Immigration Forum, in un comunicato stampa del gruppo no-profit. Murray ha aggiunto: “Esortiamo l’amministrazione a riconsiderare la decisione di porre fine al Tps per l’Afghanistan, compresi gli alleati afghani che hanno combattuto a fianco dei nostri militari”.
All’indomani dell’evacuazione da Kabul dell’agosto 2021, a molti afghani era stata accordata nell’ambito dell’Operazione Allies Welcome la “libertà umanitaria vigilata” (humanitarian parole), un permesso temporaneo di ingresso e permanenza negli Stati uniti concesso per motivi umanitari urgenti. Altri avevano ottenuto il diritto al “visto speciale per immigrati” (Siv), riservato a coloro che avevano prestato assistenza al governo o all’esercito statunitense. Altri ancora avevano avuto accesso al programma Usrap (U.S. Refugee Admissions Program), destinato ai rifugiati. Nell’attesa che le domande per i vari lasciapassare fossero recepite e approvate, alcuni afghani avevano nel frattempo fatto richiesta per il Tps in modo da garantirsi una protezione temporanea. Secondo Global Refuge, a settembre 2024 si contavano circa 9.630 afghani beneficiari dello status, mentre all’inizio di quest’anno erano tra gli 11mila e i 13mila.
Ora, la decisione dell’amministrazione Trump esporrà gli afghani al rischio di espulsione, alla perdita dell’impiego garantito dal Tps, nonché alla privazione dello status legale, rendendoli di fatto “irregolari” o “senza documenti”. Anche la separazione familiare rientra tra le possibili conseguenze, laddove gli altri membri della famiglia potrebbero avere status migratori diversi.
La situazione negli Usa si somma alle espulsioni di massa che stanno attuando il Pakistan e l’Iran proprio nei confronti degli afghani: Islamabad avrebbe deportato 979.486 persone dal lancio del “Piano di rimpatrio degli stranieri illegali” alla fine del 2023. Con la scadenza fissata al 31 marzo e prorogata al 30 aprile della Afghan Citizen Card (Acc) - documento che assicura dal 2017 uno status legale temporaneo agli afghani -, dall’inizio del mese corrente sarebbero state espulse tra 60mila e 80mila persone, secondo l’Oim e l’Unhcr.
Anche Teheran ha approvato a fine 2024 un piano di deportazione per il rimpatrio di 2 milioni di rifugiati afghani. E tra marzo dell’anno scorso e marzo 2025 sono state deportate più di 1,12 milioni di persone, riporta il portavoce del Comando delle forze dell’ordine del paese, Saeed Montazer al-Mahdi. Intanto in Afghanistan la crisi umanitaria multilivello resta profonda. Le violazioni dei diritti umani continuano senza sosta e i rimpatri forzati rischiano di aggravare ulteriormente uno scenario già fortemente critico.











