di Alessandro De Nicola
La Stampa, 28 marzo 2025
Negli Stati Uniti, come in molti altri paesi, gli avvocati non sono la categoria più popolare del mondo e la quantità di barzellette e sfottò loro dedicati ne è prova (indiziaria, si affretterebbero a dire). A Donald Trump è sembrata quindi una buona idea lanciare un’offensiva contro quello che in America è chiamato Big Law, il gruppo di 200 studi legali con bilanci di centinaia di milioni di dollari e in molti casi di miliardi, di cui ha già riferito Alan Friedman su La Stampa. Trump ha esercitato una vera e propria vendetta contro i giuristi che a suo giudizio gli erano stati ostili, difendendo o aiutando gratuitamente i suoi avversari come il procuratore speciale Jack Smith, Hillary Clinton o i procuratori che indagavano sul Presidente o appoggiando cause contro i dimostranti che invasero Capitol Hill il famigerato 6 gennaio 2021.
Ma andiamo con ordine. Dal 25 febbraio al 14 marzo l’amministrazione repubblicana ha emanato 3 ordini esecutivi diretti ad altrettanti studi legali con accuse simili tra loro. In primo luogo si accusano le law firm di svolgere attività che “danneggiano le comunità, appesantiscono le imprese, limitano la libertà e degradano il processo elettorale” oppure di aver intrapreso un’attività “disonesta e pericolosa”, addirittura per decenni, rendendosi complici delle campagne denigratorie lanciate da Hillary Clinton.
Il secondo biasimo riguarda le politiche di “Diversity & Inclusion”. Secondo l’amministrazione, le politiche degli studi legali che stabiliscono quote di neo assunti o di promozione a soci di minoranze etniche o di genere o di altre categorie (ad esempio LGBTQ) violano il Civil Rights Act del 1964. Sì, esattamente quella legge approvata nel 1964 sotto il presidente Johnson per far cessare le discriminazione e la segregazione razziale che colpiva i neri soprattutto negli stati del Sud. Ora il linguaggio della norma, che proibisce alcun favoritismo in base al colore della pelle, etnicità o genere, viene ritorta contro chi adotta politiche di affirmative action (inserimento di quote minime) a favore di minoranze in quanto discriminatorie nei confronti non solo dei bianchi, ma anche degli asiatici (la Corte Suprema ha ritenuto tali procedure adottate dalle università americane incostituzionali, proprio perché svantaggiavano soprattutto gli Asian-American, pochi rispetto alla popolazione ma ammessi in massa per merito).
Le sanzioni sono devastanti, in quanto tutti gli avvocati degli studi sono stati privati dell’accesso agli edifici federali se ciò costituisce una “minaccia la sicurezza nazionale” e dei visti di sicurezza per accedere a materiale sensibile. Peggio ancora, tutti i contratti di consulenza con la pubblica amministrazione sono risolti ove legalmente possibile e comunque non se ne possono fare di nuovi. In un caso anche i contratti del governo federale con i clienti dello studio sono messi sotto osservazione. Una law firm è scesa a patti e ha abolito le sue politiche di diversity, promettendo 40 milioni di dollari di lavoro gratis a favore di cause care al governo. Una seconda ha scelto il silenzio, essendo meno bersagliata e sperando che passi la tempesta, mentre la terza ha fatto ricorso al giudice chiedendo l’annullamento del provvedimento governativo.
Tre rapide considerazioni. La prima è che soprattutto dopo la pronuncia della Corte Suprema, l’accusa di “discriminazione” da parte dell’amministrazione ha qualche fondamento giuridico. Ma se una legge è stata interpretata per 60 anni in modo diverso, ricorrere a un ordine esecutivo accompagnato da sanzioni per mettere fine alle pratiche di promozione della diversità, assume l’aspetto di un abuso di potere: si instaura un procedimento regolare che riguarda tutti, non bastonando uno per educarne 100. Ancor più dannosa è la ritorsione per punire l’assistenza ai clienti sgraditi, violando le elementari garanzie dello stato di diritto per le quali tutti hanno diritto a un avvocato e questo non deve essere intimorito a causa della sua difesa a meno che non commetta reati (ma qui nessuno ha provato la commissione di reati).
Infine le sanzioni: quand’anche uno studio legale ottenesse una decisione giudiziaria favorevole, esse sono devastanti perché avvocati e clienti tenderanno ad andarsene per paura di perdere i contratti federali. Come ha detto il presidente dello studio che si è accordato (non proprio un nanerottolo: 1250 avvocati, fatturato di 2, 63 miliardi di dollari, profitto medio per socio di 7, 54 milioni di dollari) “è molto probabile che il nostro studio non sarebbe in grado di sopravvivere a una lunga battaglia con l’Amministrazione”. Un’ulteriore lezione, che dovrebbe far riflettere i tanti democratici statalisti, è che quando lo Stato si intromette molto nell’economia, può facilmente interferire anche con le libertà politiche e civili. Come ricordava il grande economista von Mises: “A cosa serve la libertà di stampa se tutte le tipografie sono in mano al governo?”. Insomma, per quanto impopolare sia, quando l’avvocatura è messa sotto attacco ci ricordiamo come essa sia una garanzia di libertà. I Rolling Stones cantavano “Sympathy for the Devil”, il diavolo; noi possiamo almeno fischiettare la nostra sympathy for the lawyer.











