di Giulia Taviani
Corriere della Sera, 3 ottobre 2026
Gli esperti: “Il farmaco si è riversato nei tessuti circostanti”. Nonostante la doppia somministrazione del farmaco letale, Christa Pike è sopravvissuta all’esecuzione: “Iniettando una grande quantità di sostanza caustica in una vena così piccola, sotto pressione, è inevitabile che si rompa”. Due dosi di pentobarbital e almeno sette diversi aghi sono stati utilizzati durante l’esecuzione di Christa Pike, iniziata e poi fallita mercoledì 30 settembre. Nonostante la massiccia somministrazione del farmaco letale, Pike non è morta, seppur in condizioni critiche: mai nessun altro era sopravvissuto all’iniezione letale, tanto che ci si è chiesto come sia stato possibile.
Perché è accaduto? Mentre il governatore del Tennessee, Bill Lee, affida a terzi un’indagine, il New York Times cerca di ricostruire la dinamica affidandosi a medici esperti. Secondo loro, il farmaco somministrato a Pike - un potente sedativo che rallenta le funzioni dell’organismo, tra cui il sistema nervoso - si è “riversato nei tessuti circostanti i punti di inserimento anziché entrare nel flusso sanguigno”.
Una fuoriuscita di questo tipo può aver provocato “ustioni chimiche”, motivo per cui Pike ha lamentato bruciore al braccio durante l’esecuzione. “In sostanza le hanno iniettato candeggina nei tessuti del braccio” ha dichiarato al giornale il dottor Joel Zivot, che pur non avendo partecipato all’esecuzione, ha potuto studiare la cartella clinica di Pike. “Iniettando una grande quantità di sostanza caustica in una vena così piccola, sotto pressione, è inevitabile che si rompa”. Ma non solo, la fuoriuscita avrebbe impedito al farmaco di entrare nel sistema circolatorio per arrestare la respirazione, ma avrebbe, al contrario, abbassato il livello di ossigeno “al punto da causare danni cerebrali permanenti”. Questo spiegherebbe i timori dei medici che sostengono che Pike possa aver riportato lesioni cerebrali.
Si poteva evitare? Gli avvocati di Pike hanno sottolineato come, la donna soffra di una patologia ematica che rende ancora più difficile trovare una buona vena, come è sempre successo durante i prelievi del sangue. L’avvocato di Pike, Stephen Ferrell, precisa comunque che “potrebbero essere coinvolti anche altri fattori” - come il fatto che il farmaco possa essersi mantenuto male -, nonostante il dipartimento penitenziario del Tennessee abbia dichiarato di aver seguito “ogni fase del protocollo di esecuzione legale”.
I problemi legati al pentobarbital - Il giornale spiega poi anche il dibattito dietro alla scelta del pentobarbital come farmaco per le esecuzioni. Si tratterrebbe di un protocollo introdotto durante la prima amministrazione Trump, abrogato nel 2025 sotto Biden, dopo che il Dipartimento di Giustizia aveva evidenziato una “significativa incertezza” sul fatto che il farmaco possa causare “dolore e sofferenza non necessari”.
Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca il protocollo è stato reintrodotto. I detenuti condannati a morte continuano però ad avere timori per le complicazioni legate alle iniezioni, tanto che, dal 2018, cinque condannati a morte nel Tennessee hanno scelto la sedia elettrica (in questo Stato è ancora prevista) come alternativa all’iniezione letale.
Cosa succede ora? Secondo la normativa del Tennessee, la condanna a morte rimane in vigore anche se - per qualsiasi motivo - il detenuto non viene giustiziato. È il caso di Tony Carruthers, detenuto a cui lo scorso maggio è stata rimandata di un anno la condanna a morte dopo che, durante l’esecuzione, non sono riusciti a trovare una vena in cui somministrare l’iniezione letale. La differenza tra Pike e Carruthers, è che mentre all’uomo non è stato di fatti iniettato nulla ed è tornato in cella, la donna ora si trova in ospedale, in condizioni gravi ma non meglio specificate, e bisognerà aspettare di capire come e se verrà dimessa.









