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di Alessandro Fioroni


Il Dubbio, 4 maggio 2021

 

Il caso del palestinese Abu Zubaydah, che ora ha denunciato il Governo americano. L'11 gennaio del 2002, nella base navale statunitense di Guantanamo a Cuba, venne aperto ufficialmente l'omonimo centro di detenzione. Qui finirono i prigionieri catturati in Afghanistan e in altre zone del mondo attraverso le famigerate "extraordinary rendition", per essi si aprivano le porte di un inferno nel quale non avevano nessun diritto, per i reclusi venne coniato il termine di ' combattenti nemici illegali', non contemplato nel lessico del diritto umanitario. Significava che non erano considerati né come prigionieri di guerra né come normali criminali condannati (che avrebbe garantito loro assistenza legale e un processo). Insomma si trattava di semplici detenuti senza alcun status giuridico.

Nel corso degli anni a Guantanamo sono stati rinchiuse almeno 800 persone (ora ce ne sono una quarantina), solo per dieci di queste è stato formulato un capo d'imputazione. E' ciò che è successo a Abu Zubaydah (palestinese di origine saudita, (vero nome Zayn al- Abidin Muhammad Husayn), oggi cinquantenne che da 19 anni si trova all'interno della struttura di detenzione dopo essere stato arrestato in Pakistan nel marzo 2002 perché sospettato di essere un membro influente di al- Qaeda. Gli stessi funzionari statunitensi però non hanno mai confermato l'accusa, inoltre secondo l'FBI Zubaydah avrebbe collaborato senza difficoltà e nonostante ciò venne sottoposto ad almeno dieci metodi di tortura incluso il waterbording (soffocamento attraverso l'acqua). Il trattamento sarebbe stato eseguito 83 volte.

Venerdì scorso però l'avvocato dell'uomo, Helen Duffy, ha dichiarato venerdì che è stata presentata una denuncia al Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, contro gli Stati Uniti e altri sei paesi (Regno Unito, Thailandia, Afghanistan, Lituania, Polonia e Marocco), chiedendo un intervento riguardo il caso e un impegno per la liberazione.

Secondo il legale "la detenzione non ha basi legali nel diritto internazionale, offende tutti i principi del giusto processo". L'Onu dovrà dunque decidere se gli Usa sono obbligati a rilasciare Zubaydah. Un'eventualità molto difficile anche se in gioco c'è altro. La Corte suprema americana infatti ha deciso di riesaminare una petizione presentata dallo stesso Zubaydah il quale ha chiesto di citare in giudizio due consulenti della CIA che hanno supervisionato le operazioni di tortura dopo l'11 settembre.

Si tratta di James Mitchell e Bruce Jessen i quali avrebbero agito in una struttura segreta dell'Agenzia in Polonia. Quì Zubayda avrebbe subito le torture che la Corte Suprema descrive come "interrogatori rafforzati", le pratiche d'interrogatorio sono riportate dettagliatamente. Oltre il waterboarding l'uomo sarebbe stato costretto a rimanere sveglio per 11 giorni consecutivi, quando si addormentava veniva investito da un getto di acqua fredda, a volte sarebbe stato rinchiuso in una scatola di piccole dimensioni e sospeso con dei ganci.

Già nel 2019 la Corte d'Appello degli Stati Uniti per il Nono Circuito di San Francisco, aveva stabilito che i due consulenti Cia sarebbero potuti essere interrogati anche se in maniera limitata. La tortura dunque è stata ormai accertata da tempo, il governo ha dovuto declassificare una quantità significativa di informazioni riguardanti l'ex Programma della Cia, compresi proprio i dettagli del trattamento di Abu Zubaydah durante la custodia. Una circostanza che paradossalmente invece di fare luce e giustizia ha frapposto un nuovo ostacolo.

Le informazioni che riguardano le identità dei partner dell'intelligence straniera e l'ubicazione delle ex strutture di detenzione nei loro paesi, riguardano la sicurezza nazionale che, secondo i funzionari governativi, potrebbe così essere messa a rischio se oggetto d'inchiesta. In ogni caso l'Alta Corte non si occuperà del caso se non poco dopo l'inizio del suo nuovo mandato in ottobre. Nel frattempo bisognerà capire come si muoverà la nuova amministrazione di Joe Biden rispetto la chiusura di Guantanamo (a suo tempo annunciata, ma mai realizzata, da Obama). Non a caso l'avvocato che assiste Zubaydah ha sottolineato che che il modo in cui il nuovo presidente degli Stati Uniti risponderà alla denuncia "sarà una prova del suo impegno recentemente dichiarato per lo stato di diritto internazionale e i diritti umani".