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di Marzia Zamattio


Corriere del Trentino, 6 agosto 2019

 

Una mozione per riaprire il caso di Chico Forti, l'imprenditore condannato all'ergastolo a Miami e in carcere da 21 anni. Lo annunciano i familiari del filmaker che si è sempre proclamato innocente. Il consiglio provinciale farà una mozione congiunta da presentare a Roma per chiedere un intervento diretto del governo giallo-verde nel caso di Chico Forti, l'imprenditore e filmaker trentino di 60 anni, in carcere da 21 anni a Miami, oltre ad un incontro con il ministro dell'interno Matteo Salvini. Lo annunciano i familiari di Chico, che sperano, dopo 21 anni di battaglie legali e campagne a favore dell'innocenza del loro caro, di riportarlo a casa.

"La nostra richiesta è che torni libero - spiega lo zio Gianni Forti - ci sono tutte le prerogative perché sia liberato e sia annullato il processo". E sulle ultime mosse intraprese, i familiari dell'imprenditore trentino ricordano proprio la richiesta di un incontro con il vicepremier e ministro dell'Interno attraverso una mozione congiunta in preparazione in consiglio, dopo quella già presentata un mese fa dalle minoranze dove si chiedeva per Chico Forti "di intervenire presso le autorità competenti degli Stati Uniti affinché sia presa in seria considerazione la richiesta di revisione del processo".

In quel testo si chiedeva anche che la Provincia "si faccia da tramite, d'intesa con il governo italiano, di questa richiesta anche attraverso un'apposita missione ufficiale presso negli Stati Uniti". Su questa mozione la famiglia Forti spera molto: "Chico è innocente. Non c'è alcuna prova che lo colleghi al delitto. È ora che il governo incarichi un funzionario che si occupi della vicenda e si rivolga al governatore della Florida".

Intanto, emergono in queste ore alcune indiscrezioni sul possibile scambio del trentino che si trova da 21 anni nelle case circondariali della Florida dove è stato condannato all'ergastolo per omicidio, con prigionieri americani. La novità sarebbe racchiusa in alcune anticipazioni fatte da vari media, riprese poi dai social e a oggi non smentite, che vedrebbero le ambasciate d'Italia e Stati Uniti trattare per uno scambio di prigionieri.

Tradotto: il film-maker trentino sconterebbe la pena in Italia mentre Lee Elder Finnegan e Gabriel Christian Natale Hjorth, i due giovani americani responsabili dell'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, potrebbero fare altrettanto scontando l'eventuale pena negli Stati Uniti. Al momento, è bene ribadirlo, siamo davanti a un'ipotesi, tutta da verificare, tenendo anche contro che sulla vicenda dei due ragazzi americani regna la massima cautela. Certo è che una simile prospettiva darebbe nuova linfa alle speranze dei familiari di Forti, che con il legale Joe Tacopina da tempo si stanno battendo per fare ritornare in Italia l'imprenditore ed ex campione di vela.

Sull'eventuale scambio, l'avvocato Giuliano Valer, vice presidente della Camera penale di Trento, spiega nel dettaglio cosa potrebbe accadere usando la massima cautela: "I due americani potrebbero scontare la pena eventuale in un penitenziario statunitense - dice - e viceversa Forti si farebbe l'ergastolo in una nostra prigione anziché nell'istituto di massima sicurezza, il Dade Correctional, in Florida". E aggiunge: "Non è la prima volta che si prova a farlo venire in Italia ma ad oggi è sempre stato tristemente negato".

Ma nell'accostamento dei due casi, l'avvocato Valer chiede la massima cautela: "Al di là delle specifiche vicende processuali, vi sono da un lato due presunti innocenti sino a condanna definitiva e dall'altro non appare opportuno alimentare speranze senza elementi concreti a chi da anni invoca un'apertura da parte dello Stato giudicante", aggiunge. "Il rispetto da ambo le parti per i soggetti coinvolti, per i familiari, e per il lavoro di legali e magistrati è in questa doveroso: ciò premesso e senza entrare in tecnicalità troppo specifiche - prosegue - va comunque tenuto presente che la applicazione della convenzione di Strasburgo che consente nei rapporti fra Stati firmatari a un condannato definitivo di espiare la pena inflitta all'estero nel proprio Stato di origine costituisce non già un obbligo, ma una semplice opportunità lasciata - come hanno insegnato illustri precedenti - alle decisioni e volontà diplomatiche, spesso legate a peculiari contingenze politiche". Tornando a Chico Forti e ai due americani, "è indiscutibile - prosegue Valer - che consentire a un detenuto definitivo di potere espiare la pena inflitta all'estero nel proprio Stato, ove per quanto possa essere gravosa l'esecuzione della condanna, la vicinanza ai propri affetti familiari e la possibilità di ricevere le rispettive visite, oggi, più che mai, risponde ad un obbiettivo senso di umanità prima ancora che di giustizia sostanziale nell'esecuzione della detenzione".