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di Guido Santevecchi


Corriere della Sera, 30 ottobre 2020

 

"Squadre di rimpatrio" coatto costituite da agenti clandestini operano negli Stati Uniti per riportare in Cina i ricercati per corruzione (o altri reati, compreso forse il dissenso politico). Gli inviati cinesi sotto copertura usano pressioni psicologiche e minacce fisiche per "convincere" i fuggiaschi a tornare e affrontare la dura legge di Pechino.

E se la "persuasione" non basta, arrivano al rapimento. È questa la denuncia del Dipartimento della Giustizia di Washington, che ha smantellato una di queste "Repatriation squad", arrestando 5 dei suoi 8 membri. Quattro sono cinesi che operavano a New York, quartieri Queens e Brooklyn, uno è un detective privato del New Jersey, Michael McMahon, che sul suo profilo Facebook si descriveva come ex sergente della polizia di New York. Gli altri 3 sono stati incriminati ma sarebbero tornati in Cina.

Dice Christopher Wray, direttore dell'Fbi: "Questo caso è un altro esempio del comportamento fuorilegge della Cina, le azioni che abbiamo scoperto sono scioccanti". Secondo l'atto di incriminazione, nel 2017 la squadra di cacciatori cinesi portò nel New Jersey, dove viveva la loro preda, l'anziano padre prelevato a casa in Cina. Lo scopo era di minacciare il fuggiasco di rappresaglia sul genitore, se non avesse accettato di rientrare in patria.

Gli agenti cinesi ingaggiarono anche il detective McMahon per sorvegliare moglie e figlia del ricercato e i suoi amici: questi cominciarono a ricevere email che minacciavano le loro famiglie rimaste in Cina se non avessero contribuito all'operazione. Per l'assedio sono stati usati sistemi sofisticati, come visori notturni; e anche metodi da mafiosi, come lettere e pacchi lasciati davanti alla porta di casa. In uno di questi messaggi la vittima, trovò la proposta: "Torna con noi in patria, 10 anni di carcere e in cambio tua moglie e tua figlia staranno bene".

Pechino non nega di aver organizzato una ricerca intensiva dei fuggiaschi nel mondo, tutti corrotti assicurano le autorità. Ma l'Fbi ne dubita, visto che gli inviati cinesi hanno agito in clandestinità, senza chiedere alcuna collaborazione. Nell'elenco dei "catturandi" ci sarebbero anche dissidenti politici, dicono diverse organizzazioni umanitarie.

La campagna per il rimpatrio si chiama "Caccia alla Volpe" ("Lie Hu Xing Dong" in cinese) e fu lanciata da Xi Jinping nel 2014 per dare forza alla battaglia anti-corruzione nei ranghi del Partito-Stato. Pechino ha anche dato all'Interpol una lista dei "10 most wanted". Il Justice Department Usa la descrive così: "Un'azione fuorilegge. Abbiamo mandato un segnale chiaro a Pechino: i loro cacciatori da noi diventano prede". Risposta sdegnata dalla Cina: "Gli Usa si schierano dalla parte del male".