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di Andrea Bajani

La Stampa, 6 novembre 2024

Quando si trattò di cominciare a pensare al nome di nostro figlio, molti americani ci misero in guardia dal selezionare alcuni nomi italiani. Ci eravamo appena trasferiti, e quello era il gioco di due che preparavano un nome per un bambino che sarebbe cresciuto tra il Texas e l’Italia. E però i nomi non sono innocenti. E se Guido mi venne alla mente, nel gioco, abbinato a uno dei miei amici più cari, cadde subito. Guido era il nome, mi dissero, del più trito degli stereotipi degli italo-americani. Mario, Guido, Tony gli italiani di prima emigrazione, che cercavano fortuna. I vilipesi, discriminati. Quelli, pare, che votano Trump.

Ora, nel gioco fu facile lasciare cadere quei nomi. La questione era cercarne uno che potesse essere pronunciato in entrambe le lingue. E che per l’appunto non imponesse per forza di cose un destino a chi avrebbe dovuto vestirlo. E che John, Jack, fossero da evitare perché in Italia non diventasse l’americano standard mi era chiaro. Ma non avevo pensato ce ne fossero altri, che identificavano - qui - un italiano per così dire diverso. Diverso da quello cui, stando ai nostri colleghi, noi avremmo dovuto aspirare. Che cioè ci fossero i nuovi italiani (gli expats, gli ingegneri, i dottori) da un lato, e dall’altro gli italo-americani. Cui tutti erano affezionati ma - questa la teoria - stavano in una classe differente. E (refrain) votavano Trump.

Erano quelli che popolavano rumorosi le spiagge del New Jersey, i vari Mario Pizza che presi a notare guidando per gli Stati Uniti, i Mario Bros con cui giocavano i bambini americani - due simpatici baffoni alla catena di montaggio. Ovvero gli eredi di quelli che Matthew Frye Jacobson, in un saggio indimenticabile, chiamava “white of a different colour”. Cioè - con ovvia e derogatoria connotazione razziale - i bianchi di colore diverso, i primi che cominciarono a essere trattati come un’umanità differente. Diversi dagli anglosassoni, uno scalino più sotto dai bianchi-bianchi. Erano gli irlandesi, i greci. Gli italiani. Quelli che sì, erano come gli altri, ma non proprio. Poi arrivano gli afroamericani e l’onda - che non si arresta né si arresterà - dal Centro e dal Sud America.

Quando ci trasferimmo in America entrammo anche noi dalla porta di New York. Non ci arrivammo dal mare, ma con un volo diretto della United Airlines da Roma. E per vedere la Statua della Libertà salimmo sul piccolo ferry per Staten Island che a New York prendono i turisti per vederla da vicino. È comodo, parte ogni pochi minuti, ed è una piccola gita di un’ora che garantisce la vista sulla statua dal più alto valore simbolico al mondo. E vi si accede gratuitamente, visto che è un servizio pubblico per i lavoratori, i pendolari che vivono a Staten Island, e che ogni giorno entrano ed escono da Manhattan. Ci entrano perché in molti ci vanno a fare i lavori di fatica, ci escono perché con lo stipendio che ricevono non potrebbero viverci. A Staten Island, invece, ci possono (ancora) vivere.

La disposizione delle persone, sul ferry, è chiara. I turisti stanno fuori col telefono che fanno la foto alla statua, all’andata, e al ritorno ai grattacieli di New York. Invece chi lavora sta seduto in cabina, si guarda lo spazio tra i piedi a fine giornata. Quando il traghetto approda a Staten Island, i turisti non escono dalla stazione. Fanno inversione, per così dire, e salgono sul ferry che sta per salpare nella direzione opposta e tornare a Manhattan. Al contrario, i lavoratori scendono dal ferry, e se ne vanno a casa a cenare con la propria famiglia, se ce l’hanno e poi si buttano a dormire. Ci risaliranno all’alba il giorno dopo per andare al lavoro.

A Staten Island ci vivono mezzo milione di persone. In molti sono italo-americani di seconda o terza generazione. Uno lo incontrammo nel primo viaggio. Chiesi un’informazione in inglese, mi rispose che era di vicino Napoli, e che erano cinquant’anni che non tornava in Italia. Non mi disse altro, non cercò complicità, né io gli chiesi il nome. Gli suonò il telefono, rispose in inglese. Ma il nome, in qualche modo, era Mario. O era Toni. Nomi che non abbiamo comunque messo a nostro figlio. Ed era chiaro che non vedeva la complicità perché aveva la percezione di essere un italiano di tipo diverso. Di quelli che, a quel che leggo, votano Trump.

Nell’incertezza del risultato, un fatto è certo, credo. Che finché ci saranno da un lato le orde di quelli che alla stazione di Staten Island torneranno indietro senza nemmeno guardare chi vive a Staten Island (per fare altre foto e poi un aperitivo da 50 dollari a Manhattan), e dall’altro altri Tony o Mario - o altri José, Maria, o Mohammed - che invece ci andranno a dormire pensando che nessuno dentro o fuori il ferry li vede tranne Donald Trump, finché ci saranno quelli sul ponte del traghetto che si fanno i selfie con dietro la statua e altri sottocoperta che si guardano i piedi sfiniti, vincerà Trump. Anche se Kamala Harris sarà, come mi auguro, alla Casa Bianca, avrà vinto lo stesso Donald Trump.