di Mario Del Pero
Il Domani, 3 luglio 2026
La vicenda della sentenza sullo ius soli della Corte suprema ci mostra lo scontro in atto tra diverse visioni di cosa la nazione statunitense sia e debba essere. Oggi incassa una sconfitta, ma è un fatto che il presidente ripropone categorie, logiche e lessici (gli immigrati che “avvelenano il sangue dell’America”, ad esempio) lontane nel tempo, che parevano avere perso qualsiasi legittimità. È certamente una sconfitta per Donald Trump, il pronunciamento della Corte suprema che conferma l’interpretazione consolidata del 14° emendamento sul diritto di cittadinanza per nascita sul territorio degli Stati Uniti e dichiara incostituzionale l’ordine esecutivo che Trump aveva promulgato non appena insediatosi nel gennaio 2025. Una sconfitta che è però temperata da altre decisioni della Corte, su tutte quella che estende grandemente i poteri dell’esecutivo e limita l’indipendenza di agenzie federali. E che non chiude una discussione sullo ius soli semplicemente inimmaginabile sino a pochissimi anni da, con tre giudici (Gorsuch, Alito e Thomas) apertamente schierati con Trump e un quarto, Kavanaugh, che vota sì con la maggioranza, ma non condivide l’idea della incostituzionalità dell’ordine esecutivo di Trump e asserisce che un provvedimento del Congresso possa porre termine all’attuale applicazione universale dello ius soli. La Corte suprema salva l’anima d’America: Trump sconfitto dai giudici sullo Ius soli Se mettiamo le dispute costituzionali da parte, la vicenda è illustrativa soprattutto dello scontro in atto tra diverse visioni di cosa la nazione statunitense sia e debba essere. E della radicalità estrema del nazionalismo razziale di Trump, sublimata proprio da quell’ordine esecutivo che pretendeva di cancellare il 14° emendamento. Tra le tante dialettiche che hanno segnato la parabola degli Stati Uniti, centrale è stata a lungo quella tra due opposte concezioni della nazione. Da una parte quello civica, costituzionale, progressiva; dall’altro quella essenzialista, razziale e quasi pre-costituzionale a cui Trump oggi dà voce.
Compendiata spesso in metafore potenti, ideologiche e problematiche - dal melting pot nel cui solvente costituzionale si produceva la cittadinanza al più recente mosaico pluri-identitario - la prima rimanda a un’idea di strutturale incompiutezza della nazione: un suo divenire perpetuo figlio di ondate migratorie e profonde trasformazioni demografiche. La seconda asserisce che vi sia appunto un’essenza originaria: che gli Usa siano una nazione bianca, cristiana e anglofona (primo nella storia, Trump ha promulgato un ordine esecutivo che dichiara l’inglese la sola lingua ufficiale del paese). È un nazionalismo razziale, questo, che a lungo ha prevalso, contribuendo a politiche nativiste e discriminatorie, come nel caso delle diverse leggi sull’immigrazione adottate a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento e culminate in quella del 1924, che per quarant’anni chiuse le porte del paese agli immigrati, in particolari quelli provenienti dall’Asia e dall’Europa meridionale e orientale.
“Credo che ora nel nostro paese la popolazione sia sufficientemente numerosa da permetterci di chiudere le porte e di coltivare una cittadinanza americana pura e incontaminata”, dichiarò allora alla Camera il deputato democratico della South Carolina, Ellison Smith. Re Donald vuole umiliare l’idea fondante degli Usa “Grazie a Dio in America abbiamo forse la percentuale più alta, rispetto a qualsiasi altro paese al mondo, di discendenti della stirpe anglosassone pura e incontaminata ... È per la conservazione di quella splendida stirpe che vorrei rendere questo paese non un rifugio per gli oppressi di tutte le nazioni, ma un luogo in cui assimilare e perfezionare quel magnifico tipo di virilità che ha reso l’America la nazione più avanzata nel progresso e nella potenza”. Parole e logiche, quelle di Smith, che fino a non molto tempo fa sembravano appartenere a un passato distante e superato. A maggior ragione in un paese che, riaprendo dopo il 1965 le sue porte all’immigrazione, sarebbe stato profondamente trasformato; avrebbe almeno in parte realizzato la promessa del 14° emendamento di porre le premesse per la trasformazione in senso multirazziale della democrazia statunitense.
Precipitata, tra il 1920 e il 1970, dal 15 al 5 per cento, la percentuale di residenti nel paese nati all’estero sarebbe tornata a salire sino a raggiungere oggi i picchi storici della Prima guerra mondiale. Nello stesso, ultimo mezzo secolo “i bianchi non ispanici” sarebbero scesi dall’87,5 al 57 per cento della popolazione. Ed è contro questi processi e queste trasformazioni che Trump avrebbe riproposto categorie, logiche e lessici (gli immigrati che “avvelenano il sangue dell’America”, ad esempio) che parevano avere perso qualsiasi legittimità. Rilanciando in forma estrema un nazionalismo razziale che non poteva non prendere di mira il 14° emendamento e che, per quanto sconfitto da questa sentenza, oggi rimane potente e rilegittimato. Se i leader ignorano l’arte del silenzio a vincere è il nemico.









