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di Vladimiro Zagrebelsky

La Stampa, 23 gennaio 2025

Nello spettacolo delle firme, che Donald Trump ha offerto ai suoi fan e imposto a tutti gli altri, un ruolo importante ha giocato la mole di dossier posti sulla sua scrivania. Ne è rimasto un poco in ombra e quindi poco commentato quello riguardante la pena di morte. Trump ha ordinato di riprenderne l’esecuzione dopo che, con una moratoria disposta da Biden, essa era rimasta sospesa. Allo stesso tempo Trump ha anche ordinato all’Attorney General di aumentare i casi in cui la pena di morte viene richiesta, specialmente per crimini commessi da migranti irregolari. Le prime notizie che sono state date hanno riferito che la pena di morte era stata reintrodotta.

Una formulazione imprecisa. Avrebbe potuto essere reintrodotta se fosse prima stata esclusa. Una nuova previsione non sarebbe stata retroattiva. Ma così non è. Al livello federale - quello su cui Trump è intervenuto con il suo ordine - si era solo trattato di una moratoria, eliminando la quale le esecuzioni riprendono, anche per coloro che sono stati condannati in precedenza. Così Joe Biden negli ultimi giorni della sua presidenza ha commutato in ergastolo trentasette delle quaranta condanne a morte per crimini federali che attendevano di essere eseguite ed erano sospese. Per loro Trump ha ordinato che l’ergastolo sia eseguito con durezza. Ma proprio il caso dei rimanenti tre condannati dimostra che la pena di morte è sempre restata in vigore. Ed ora con il provvedimento di Trump dovrebbe essere eseguita. Per loro vita e morte dipendono dall’esito elettorale.

La forma federale degli Stati Uniti consente legislazioni diverse nei vari Stati. Così in taluni la pena di morte è prevista, in altri è esclusa. La lista dei reati per cui può essere ordinata dalle Corti è diversificata (giudici e pubblici ministeri sono eletti dalla maggioranza alle elezioni politiche oppure nominati dal Presidente - la giuria è composta da giudici popolari). L’atteggiamento dei governatori degli Stati - democratici o repubblicani - è diverso nel far eseguire, sospendere, negare l’esecuzione. Accanto alle realtà nei vari Stati vi è poi il livello federale. Le regole procedurali e la possibilità di ricorsi portano normalmente a lunghissimi anni di attesa nel c. d. corridoio della morte. È difficile pensare che il condannato, al momento in cui viene ucciso, sia la “stessa persona” che ha commesso il crimine per cui è stato giudicato. L’attesa della morte - nel dubbio e nella lotta processuale - è stata ritenuta dalla Corte europea dei diritti umani un trattamento inumano, tale da impedire l’estradizione dei condannati negli Usa.

Ma questo avviene in Europa dove, dopo un lungo svolgimento storico, è la stessa pena di morte a essere vietata. Negli Stati Uniti, nei vari livelli giudiziari fino alla Corte Suprema, si discute se l’uno o l’altro sistema per uccidere i condannati sia o non sia “crudele o inusuale”, come tale vietato dall’Ottavo Emendamento della Costituzione (sedia elettrica, impiccagione, iniezione letale, fucilazione, etc.). Ma la pena di morte è ritenuta costituzionale. Essa, nell’ordine esecutivo di Trump, è addirittura indicata come voluta dai Padri Fondatori degli Stati Uniti, cosicché sarebbero i critici a essere contro la Costituzione

Il divieto della pena di morte è un fatto centrale nella definizione della cultura e dell’etica umanistica europea: nei 46 Paesi del Consiglio d’Europa e nei 27 dell’Unione europea. Un tratto distintivo e diversificante, anche rispetto a società e Stati per altri versi vicini. Come è il caso degli Usa. Ed è per questo che il ricorso alla pena di morte negli Stati Uniti suscita - deve suscitare - tanta emozione e quel dossier sulla scrivania del presidente deve essere tirato fuori dal mucchio e fatto oggetto di speciale condanna. È vero che una critica altrettanto severa non viene fatta e ripetuta per le tanto più numerose uccisioni di condannati in Iran, in Cina e altrove. Non si tratta di pregiudizio antiamericano. È il contrario. Essa deriva proprio dalla riconosciuta vicinanza. Infatti si usa, senza tanto precisarlo, il termine Occidente, per distinguere gli “altri” e tenere insieme l’Europa e le Americhe. Ma la pena di morte divide, separa.

La questione è tanto più grave perché il successo elettorale di Trump dimostra che il suo orientamento, anche in ordine alla pena di morte, è largamente condiviso a livello di opinione pubblica. È cioè un fatto di società. In un lontano soggiorno di studio in Texas ricordo quante volte il mio essere italiano produceva la ripetuta e sorprendente domanda sulla pena di morte. E lo stupore per la risposta negativa. Una risposta negativa che cercavo di spiegare con un poco di orgoglio, accennando al fatto che l’abolizione in Italia risale alla fine del ‘700 (Leopoldo II, Granduca di Toscana) e che in tempi recenti fu il fascismo a reintrodurla, fino a che la Costituzione repubblicana l’ha definitivamente vietata. Un orientamento, dunque, largamente presente nella società americana. D’altra parte - altra ragione di diversità per noi europei - una cultura di morte è espressa dalla enfatizzata mania delle armi e dalla frequenza di stragi nelle scuole e nei luoghi pubblici, ignote altrove. La soddisfazione di Trump, che traspare nella motivazione del suo ordine esecutivo, è coerente con quel contesto sociale.