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di Valerio Fioravanti

Il Riformista, 23 settembre 2022

Una diciottenne di origini sudcoreane, Hae Min Lee, venne strangolata a morte nel gennaio 1999 a Baltimora, ordinata e ricca città più o meno a 150 chilometri da New York (a nord) e altrettanti da Washington (a sud). Venne sospettato un suo compagno di liceo, di qualche mese più giovane, con cui aveva avuto un flirt, Adnan Masud Syed. Il giovane Syed, di origini pachistane e famiglia musulmana, dicono fosse uno studente dotato, sportivo, popolare. Secondo l’ipotesi accusatoria aveva litigato con la ragazza perché era disturbato dal fatto di essere stato lasciato. Prove fisiche nessuna, alcuni elementi indiziari, e una telefonata anonima che aveva suggerito alla polizia di “attenzionarlo”. Un altro ragazzo della stessa scuola prima disse di non sapere niente, poi disse di sapere qualcosa, infine disse di aver aiutato Adnan a seppellire, sotto pochi centimetri di terra in un parco pubblico, il cadavere della ragazza. 20 giorni dopo il ritrovamento del corpo, il “pachistano” venne arrestato.

Dopo tutto, nella patria dei telefilm seriali, il movente “sentimentale” sembra ragionevole a tutti, e poi gravita sempre un pizzico di pregiudizio sul fatto che i musulmani proprio non sopportano il confronto paritario con una donna. La famiglia, per fortuna non povera, ha assunto tre avvocati per difendere il giovane, il quale però, nel febbraio 2000, venne condannato all’ergastolo + 30 anni. All’epoca in Maryland era ancora in vigore la pena di morte (verrà abolita nel 2013), ma almeno su questo Syed era stato fortunato: al momento dell’omicidio non aveva ancora compiuto 18 anni, e quindi almeno il braccio della morte gli è stato risparmiato. La famiglia licenziò gli avvocati e ne assunse altri. Trovarono tracce di un possibile alibi che nessuno aveva approfondito: una compagna di scuola che ricordava di averlo visto in biblioteca all’ora dell’omicidio. La pubblica accusa sostenne che non verificare l’alibi fosse stata una mossa intenzionale della “vecchia” difesa, una specie di “cartuccia di riserva” nel caso il processo fosse andato male.

In quanto “negligenza volontaria”, la nuova prova doveva essere scartata perché presentata troppo tardi. Un giudice d’appello però, forse vittima anche lui dei telefilm seriali, non deve aver considerato verosimile l’altruismo contemporaneo di tre avvocati disposti a farsi licenziare (e non pagare) pur di aiutare un giovane pachistano, e nel 2015 riconobbe il diritto di Syed ad ulteriori udienze nel corso delle quali circostanziare meglio le sue contestazioni. In queste udienze i nuovi difensori riuscirono a dimostrare che polizia e pubblica accusa erano stati volutamente ambigui nella ricostruzione, fatta attraverso le celle telefoniche dei cellulari, degli spostamenti di vittima e imputato. Con un approfondito “accesso agli atti” dimostrarono poi che la polizia aveva due piste alternative che non erano state comunicate né ai difensori, né men che mai alla giuria popolare, e, in ultimo, portarono in aula la compagna di scuola, Asia McClain, che confermò di aver parlato con Syed nella biblioteca della scuola nella fascia oraria in cui la pubblica accusa aveva collocato con certezza l’omicidio. Tra il 2016 e il novembre 2019 due volte il verdetto di colpevolezza venne annullato, e, contestando soprattutto i ritardi con cui la difesa portava le nuove prove, “ripristinato”.

Durante questo “ping-pong”, una giornalista bianca, Sarah Koenig, sollecitata e aiutata dai tre avvocati difensori (due donne, una di origini pachistane, e un uomo) aveva iniziato a seguire il caso con attenzione. La giornalista pensò che le molte cose che a suo avviso non tornavano nelle indagini e nei processi avrebbero richiesto un libro troppo tecnico, che inevitabilmente avrebbe attratto pochi lettori. Virò sull’idea del podcast, e nel 2014 (allora lo strumento era ancora poco diffuso) pubblicò 12 puntate sotto il titolo di Serial. Dopo una iniziale “ricostruzione”, la Koenig ricorse ad un artificio letterario ben collaudato (alla Rashomon verrebbe da dire): ogni puntata conteneva una lettura diversa di quelle che avrebbero potuto essere le ultime 24 ore della giovane Hae. Tutte ricostruzioni diverse, tutte verosimili, e coerenti con i pochi dati certi. Il podcast ha successo, molto successo: 300 milioni tra ascoltatori in streaming e download. Al punto che la Koenig fonda una vera e propria casa editrice, viene contattata da Spotify, e alla fine viene acquisita dal New York Times, scusate se è poco. Il 19 settembre, ormai superati i 40 anni d’età, Adnan Masud Syed è stato scarcerato su cauzione e cavigliera elettronica. Nelle foto all’uscita dal carcere è visibilmente contento (difficile pensare il contrario), indossa un copricapo islamico, un elemento ricorrente nell’iconografia penitenziaria Usa, dove il carcere riavvicina molti alla un tempo trascurata religione degli avi.

Cosa è successo? Avevamo lasciato Syed al termine di un ping-pong che apparentemente, seppure solo per motivi procedurali, vedeva la pubblica accusa in vantaggio. Ma il “peso” della visibilità che il podcast e alcuni approfondimenti televisivi avevano conferito al caso hanno indotto la pubblica accusa ad accettare una proposta dei difensori: ripetere le analisi sui reperti fisiologici utilizzando tecnologie che negli ultimi 20 anni sono certamente migliorate. Fatti i test del Dna, nessuna delle tracce rinvenute sul cadavere può essere ricondotta a Syed. L’ufficio del Procuratore ha ammesso che a questo punto il caso era veramente debole, e non si è opposto alla richiesta di scarcerazione dell’imputato. La procura non dice che l’imputato è innocente, ma sostiene di aver bisogno di tempo per riordinare le carte, e rifare il processo, e accetta che l’imputato nel frattempo rimanga “quasi libero”. Vedremo come finirà. Chi scrive segue, lavorando per Nessuno tocchi Caino, la cronaca giudiziaria statunitense da un quarto di secolo. Non succede tutti i giorni che un procuratore ammetta gli errori dei suoi predecessori, ma non è nemmeno un evento così incredibilmente raro come sarebbe in Italia.

Notiamo poi che negli Usa un test del Dna dopo 20 anni si può ripetere, perché, per legge, tutte le prove fisiologiche vengono conservate in locali appositi, dove non ammuffiscono. Anche questo in Italia purtroppo sarebbe impossibile. E poi l’elemento più importante di tutti: i giornalisti. Non che quelli americani siano tutti straordinari, ma qualcuno che riesce a contestare radicalmente un pubblico ministero c’è. Non esistono sistemi giudiziari perfetti, ma se i giornalisti non effettuano con la necessaria tranquillità la loro opera di verifica, alcuni sistemi giudiziari diventano molto peggio di altri. Il giornalista “giudiziariamente controcorrente” in Italia, da molto tempo, quasi non esiste più: il pm “criticato” fa causa a lui, al suo direttore e al suo editore, e la vince. Chi viene dopo sta molto attento a tenersi alla larga dalle polemiche. Certo ci sono eccezioni, Il Riformista lo sa, ma sono poche, molto poche.