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di Luciano Violante

Corriere della Sera, 18 febbraio 2025

Nella sua teoria politica contano solo il consenso, le minacce e i rapporti di forza. Diventa verità qualunque menzogna ripetuta più volte. Il diritto è un intralcio. Il presidente Trump realizza un modello di democrazia brutalista, antiestetica, anticonvenzionale, non conformista, non perbenista, irrispettosa. In pochi giorni ha rovesciato il mondo. Purtroppo è in sintonia con il corso della storia. Il segno del nostro tempo, indotto dalle tecnologie digitali e dal paradigma della competitività globale, è la velocità delle decisioni e delle esecuzioni, velocità che oggi manca alle procedure democratiche.

Donald Trump esprime invece, con lucida rozzezza, vigore politico e capacità di decisione. Schianta le categorie proprie, a volte ipocritamente, della liberaldemocrazia: il rispetto dell’altro, l’attenzione alla verità, il pluralismo, il multilateralismo, la tolleranza delle differenze. Nella sua teoria politica contano solo il consenso, le minacce e i rapporti di forza. Diventa verità qualunque menzogna ripetuta più volte. Il diritto è un intralcio.

Ha colto che c’è insofferenza per il politicamente corretto; che sono insopportabili le élites elitiste che si congratulano reciprocamente e le dileggia. Mentre la vecchia geopolitica si sta sgretolando e i paesi liberaldemocratici cercano di rimettere insieme i pezzi, Donald Trump lavora su un altro piano per costruire un nuovo equilibrio internazionale fondato sui rapporti privilegiati con due dittatori, quello russo e quello cinese.

L’UE rischia di restare fuori gioco non perché debole, ma perché l’attuale liberaldemocrazia non rientra in questo schema. Lo scontro, quindi, è tra una democrazia brutalista, in corso, e una liberaldemocrazia modernizzata, da reinventare. Sbaglieremmo se ci limitassimo a puntare l’indice scandalizzato contro l’attuale presidente degli Stati Uniti. Va criticato. Ma non basta. Occorre contrastarlo dimostrando ai cittadini la convenienza di un moderno regime liberaldemocratico. La democrazia è stata considerata per più di due secoli il miglior regime per il governo delle nazioni.

Oggi il vento è cambiato. Si è ridotto il numero dei regimi democratici nel mondo, è aumentato il numero dei regimi autoritari e si radicano sentimenti illiberali anche all’interno di paesi profondamente democratici. Il tema è la decisione. Tony Blair, nel suo ultimo libro, On Leadership, racconta che un paio di decenni fa quando visitava un paese che non era una democrazia, il leader si affrettava a spiegare che il paese non era ancora pronto per una trasformazione democratica, ma che ci sarebbe comunque arrivato. La democrazia era comunque un traguardo. Oggi spiega Blair, i leader di paesi non democratici, se sono di mentalità aperta, non disprezzano la democrazia, ma la mettono in discussione per la difficoltà di prendere decisioni e di attuarle.

Una democrazia brutalista può essere fronteggiata solo da una liberaldemocrazia efficace, che preveda poteri di decisione, di attuazione e di controllo. I poteri di veto vanno aboliti perché paralizzano la decisione. È inammissibile l’integrazione tra potere politico e potere digitale: viene concessa libertà di azione ai boss del digitale, i quali, in cambio, usano i loro mezzi per sostenere il potere politico che li ha agevolati. Sulle migrazioni, che sono il campo sul quale si misura oggi gran parte del consenso elettorale, occorre dire la verità e occorrono azioni che rassicurino i cittadini, senza mortificare la dignità delle persone. Trump ha avviato uno scontro che ha come posta in gioco un nuovo equilibrio nel mondo e un nuovo modo di governare, senza contrappesi e sulla base del puro consenso elettorale. Non lo si deve irridere; si deve rispondere, prima che il modello venga replicato.