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di Massimo Gaggi

 

Corriere della Sera, 3 giugno 2021

 

Si rompe il silenzio sul giorno più tragico della plurisecolare storia Usa di violenza razziale: in poche ore venne distrutta la più prospera comunità nera d'America. Oggi Biden in visita alla città. Cento anni fa l'America visse il giorno più tragico della sua plurisecolare storia di violenza razziale: il massacro di Tulsa. Un incidente in apparenza irrilevante e forse addirittura inesistente - un giovane nero sospettato di aver fatto avances indesiderate in ascensore a una ragazza bianca, circostanza peraltro da lei non confermata - fu la scintilla che innescò l'incendio: in poche ore venne distrutta la più prospera comunità nera d'America.

Allora Tulsa, in Oklahoma, era la ricca capitale dell'industria petrolifera americana e nel suo centro c'era il quartiere di Greenwood: 35 isolati di case negozi, studi professionali, templi, teatri della comunità nera. Un distretto che per la sua ricchezza era stato soprannominato la Wall Street nera. Il film di quelle ore è mozzafiato: le accuse, probabilmente infondate, al ragazzo, Dick Rowland; il suo arresto; mille bianchi, decisi a linciare il presunto aggressore, che assediano il presidio di polizia; lo sceriffo con sei agenti che cerca di tenere a bada la folla inferocita; l'arrivo, in difesa di Dick, di gruppi di afroamericani armati.

In poche ore un incidente banale si trasforma in una vera e propria guerra: i miliziani bianchi cercano di disarmare un ragazzo nero. Parte un colpo e dal quel momento si scatena il finimondo: mille case ed edifici commerciali distrutti, l'intera popolazione nera, 10 mila abitanti, costretta a fuggire altrove. E, ancora, 800 feriti, mentre il conto dei morti resterà per sempre un mistero: 36 di cui dieci bianchi secondo il conteggio ufficiale delle autorità del tempo. Centinaia, quasi tutti neri, secondo le altre ricostruzioni, compresa quella della Croce Rossa.

L'enormità di quanto accaduto - una comunità distrutta in un giorno e mezzo, centinaia di edifici saccheggiati e dati alle fiamme, i neri bersagliati anche dal cielo da aerei civili pilotati da bianchi che prendevano di mira i residenti e tentavano di appiccare il fuoco alle loro case di legno lanciando ordigni infuocati - spinse gli amministratori della città a cercare di calare, più che un velo, una saracinesca di oblio su questa immane tragedia. Le inchieste non approdarono a nulla, non ci furono condanne, del massacro di Tulsa non si parlò più: silenzio delle autorità, dei giornali, del cinema, della scuola che non inserì mai il massacro - la più grave tragedia razziale della storia americana - nei suoi programmi didattici. Fino a oggi.

Nel clima di risveglio delle coscienze maturato con le proteste dell'ultimo anno, dall'uccisione di George Floyd in poi, è venuto il momento di raccontare anche la guerra di Tulsa a un'America che ignora questa pagina tremenda della sua storia. O che preferisce trincerarsi dietro l'incertezza delle ricostruzioni: le vittime furono soprattutto nere, ma a sparare furono anche afroamericani armati che uccisero molti bianchi. Ora quel velo è stato strappato: diversi documentari su Tulsa vengono proposti in queste ore dalle reti televisive Usa e oggi il presidente Biden si recherà in pellegrinaggio nella città.

Celebrazioni che rischiano di svolgersi in un clima infuocato: le indagini giudiziarie e quelle parlamentari bipartisan condotte dal 2000 in poi hanno attribuito la responsabilità dei disordini ai bianchi, ma i suprematisti non hanno mai accettato questo verdetto e oggi si temono contromanifestazioni che potrebbero degenerare. Forse è anche per questo che all'ultimo momento è stata cancellata la grande manifestazione politico-musicale che doveva essere animata da John Legend e Stacey Abrams.