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di Anna Lombardi


La Repubblica, 26 maggio 2021

 

La famiglia alla Casa Bianca: "Oggi celebriamo la sua vita: è stato capace di cambiare il mondo". Il 25 maggio 2020 a Minneapolis l'agente Derek Chauvin per 9 minuti e 29 secondi tenne il suo ginocchio premuto sul collo dell'afroamericano. Fino a farlo morire. I parenti ricevuti dal presidente Biden e dalla vice Harris. "C'è ancora tanto da migliorare, nessuno dovrebbe subire ciò che è toccato a lui".

"Say his name", ripetete il suo nome, scandisce forte la piccola Gianna, 7 anni appena, fuori la Casa Bianca: "George Floyd" gridano forte i suoi zii, i fratelli e le sorelle dell'afroamericano ucciso esattamente un anno fa, a Minneapolis dall'ex agente Darek Chauvin, che per 9 minuti e 29 secondi gli tenne premuto un ginocchio sul collo. "Oggi celebriamo la vita di George, non la sua morte. È stato capace di cambiare il mondo". Philonise Floyd 40 anni, lo ripete ai giornalisti al termine dell'incontro durato oltre un'ora col presidente degli Stati Uniti Joe Biden: "Le cose si muovono. Lente ma procedono. Certo, c'è ancora tanto da fare e migliorare. Nessuno dovrebbe più subire quel che è toccato a lui".

Alla Casa Bianca c'era il clan al completo dei Floyd: la figlioletta Gianna, accompagnata dalla mamma Roxie Washington. I fratelli Philonise, Keeta, Terrence con la sorella Bridgett e il nipote, Brandon Williams. E i loro numerosi avvocati, Benjamin Crump in testa, in questi mesi tutti molto attivi nel chiedere (e ottenere) giustizia. Joe Biden e Kamala Harris hanno voluto accoglierli per un incontro privato e a porte chiuse proprio mentre mezza America tornava ad inginocchiarsi in piazza, ricordando George Floyd.

"Un bell'incontro, il presidente è un uomo genuino, ha giocato con Gianna, voleva davvero sapere come stiamo, sapere cosa può fare per noi", dicono i fratelli, alternandosi ai microfoni l'uno dopo l'altro. Biden, d'altronde, li conosceva già: per averli incontrati a Houston, in occasione dei funerali. E averli sentiti più volte al telefono: l'ultima volta ad aprile, dopo la condanna dell'agente Chauvin. "Gli abbiamo detto che il Floyd Justice in Policing Act va approvato al più presto", dicono: "gli abbiamo ripetuto quello che abbiamo detto stamattina pure a Nancy Pelosi durante la nostra visita al Congresso". La riforma della polizia chiesta da Biden il 20 aprile - dopo la condanna del poliziotto-assassino, appunto - sperando di firmarla entro oggi. Quella dove si vieta ai poliziotti di usare la micidiale morsa al collo per bloccare i sospetti, si sospende la protezione degli agenti dai ricorsi civili, e si istituiscono pure nuove regole nazionali per tutti gli agenti. Biden, figuriamoci, è d'accordo: " È passato un anno dall'omicidio di Floyd. Un periodo in cui la sua famiglia ha mostrato un coraggio straordinario. La condanna del mese scorso è stata un passo verso la giustizia, ma non possiamo fermarci qui. Siamo a un punto di svolta. Dobbiamo agire", ha ribadito. Ma intanto quella legge approvata alla Camera è ferma al Senato, bloccata dalla resistenza dei repubblicani. I dem Cory Booker del New Jersey e Karen Bass della California (stamattina con Pelosi, durante l'incontro coi Floyd al Congresso) da settimane trattano con il repubblicano Tim Scott della Carolina del Sud, l'unico senatore afroamericano nelle fila Rep. Ma il Gop proprio non ne vuole sapere di eliminare lo scudo giuridico che oggi impedisce ai cittadini di citare un poliziotto in una causa civile: e il braccio di ferro coi dem continua.

Intanto pure Barack Obama ha riconosciuto l'urgenza di quella riforma via Twitter: "Floyd è stato assassinato un anno fa oggi. Da allora, centinaia di americani sono morti in scontri con la polizia. Erano genitori, figli, figlie, amici portati via troppo presto. Ma l'anno appena trascorso ci ha dato ragioni per sperare. Oggi più persone, in più posti del mondo, vedono le cose in modo più chiaro di un anno fa", ha scritto. Rivolgendo "un tributo a tutti coloro che hanno deciso che questa volta doveva essere diverso. E hanno, ognuno a modo suo, contribuito a fare la differenza. Quando la giustizia ha radici profonde, i progressi hanno bisogno di tempo. Trasformiamo le parole in azioni e le azioni in riforme per il cambiamento".

La morte di Floyd - immortalata nell'atroce video girato dalla diciasettenne Darnella Frazier cui ora qualcuno propone di dare addirittura anche il Pulitzer, immagini capaci di scuotere la coscienza d'America e del mondo, dando il via alla rivolta - hanno d'altronde avuto qui davvero un impatto profondo sulla società e sulla cultura: perfino quella pop, con l'immagine di George ormai riprodotta ovunque. Le proteste hanno raggiunto il picco lo scorso 6 giugno 2020: quando 1 milione e mezzo di persone sono scese contemporaneamente in piazza in 550 città americane. Ma secondo ben quattro sondaggi (effettuati da Kaiser Family Foundation, Civis Analytics, NORC e Pew) sono stati addirittura fra i 15 e i 26 milioni gli americani che hanno partecipato in qualche forma alle proteste: numeri inauditi finora. Nel frattempo Black Lives Matter, il movimento di protesta nato qualche anno prima per denunciare le troppe morti degli afroamericani, è diventato mainstream. Approdato perfino sulle maglie degli sportivi della Nba, le squadre affiliate alla lega americana del basket.

Anche la richiesta di tagliare i fondi alla polizia ha trovato la sua strada: 20 grandi città hanno effettivamente ridotto il budget per un totale di circa 840 milioni. Altre 25 hanno chiuso i contratti con la polizia per il controllo delle scuole. Con risultati, in realtà, non sempre efficaci. Per dire, a Seattle, dove il budget degli agenti è stato tagliato del 20 per cento, il crimine è enormemente aumentato. E a New York, dove De Blasio aveva promesso di tagliare i fondi, li ha dovuti invece aumentare. Intanto, la polizia ha continuato a uccidere persone di colore - dalla morte di Floyd a oggi sono 426 gli afroamericani e latinos uccisi mentre erano disarmati. Insomma, i metodi violenti sono ancora in uso; qualcuno dice perfino più di prima. Qualcosa però si è mosso a livello statale: Colorado, Iowa, Connecticut, New Jersey, Massachusetts, New York hanno passato nuove regole che impediscono l'uso del soffocamento come forma di contenimento. Altri impongono ai poliziotti di intervenire se un loro collega usa eccessivamente la forza. E l'attenzione su quello che qui si chiama "razzismo sistematico" ha portato a una nuova sensibilità in luoghi di lavoro e università. "La morte di George ha cambiato il mondo", ripete il fratello Philonise. Già. Ma non è ancora abbastanza.