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di Sergio D'Elia


Il Riformista, 6 gennaio 2021

 

Sarà la prima detenuta federale giustiziata dal 1953, ha commesso un delitto così efferato da far dubitare che fosse in sé. Il presidente uscente vuol fare fuori tutti prima che Biden chiuda il braccio della morte. Bonnie Heady fu asfissiata a morte nella camera a gas del Penitenziario di Jefferson City, nello stato del Missouri, il 18 dicembre 1953. Era stata condannata per aver rapito e ucciso un bambino di sei anni di Kansas City.

Era stata arrestata a settembre insieme a un suo complice. A ottobre era comparsa davanti a un giudice del tribunale federale di Kansas City. A novembre, dopo solo un'ora e otto minuti di discussione, una giuria popolare del tribunale federale aveva raccomandato la pena di morte, invocata dai parenti delle vittime e dagli stessi carnefici, rei confessi nel processo.

Quindici minuti dopo, il giudice federale l'ha condannata all'esecuzione, che venne effettuata a tempo di record un mese dopo. Giustizia fu fatta, rapida e senza appello. Se nulla fermerà la mano del boia, il 12 gennaio, dopo quasi settanta anni dall'ultima esecuzione federale di una donna, la storia si ripeterà. Un'altra donna, Lisa Montgomery, verrà messa in croce sul lettino della camera della morte del penitenziario di Terre Haute, in Indiana. Morirà avvelenata da una dose letale di Pentobarbital e dopo aver provato, prima dell'ultimo liberatorio respiro, una terribile sensazione di panico, di soffocamento o annegamento.

Lisa si è resa responsabile di un delitto talmente efferato da far dubitare della sua reale capacità di intendere e volere al momento del fatto. Dopo aver strangolato una donna incinta, le ha aperto la pancia con un coltello da cucina, ha prelevato il feto di otto mesi e se l'è portato a casa per farlo crescere con sé... forse, per dare al bimbo l'amore che a lei, stuprata e prostituita sin da piccola, era stato negato. A differenza di Bonnie, arrestata, processata e giustiziata nel giro di pochi mesi, Lisa ha atteso tredici anni nel braccio della morte. Probabilmente non era in sé quando ha commesso il fatto, sicuramente oggi è una persona diversa da quella del delitto. Senza nessuna grazia, senza un atto di pietà, il 12 gennaio, giustizia sarà fatta. Una giustizia lenta ma inesorabile.

Nel 1953, quando Bonnie Heady è stata asfissiata col gas, governava in America il Presidente Ike Eisenhower, il generale che aveva deciso di fare la guerra al nazismo e porre fine all'orrore delle camere a gas nei campi di concentramento. Alla fine del conflitto mondiale, il Presidente degli Stati Uniti aveva ripristinato la pena capitale, per la sua arcaica concezione della giustizia, che esige di cavare un occhio per ogni occhio cavato, togliere la vita a chi la vita ha tolto, ripagare il danno arrecato con un danno di egual misura.

In tal modo, è divenuto lui stesso cieco, mortifero, dannoso. Ha condannato e si è autocondannato alla "catena perpetua" di causa ed effetto, al ciclo assurdo di delitto e castigo, della violenza e del dolore da ricambiare con una violenza e un dolore eguali e contrari. Alla fine, si è rivelato anche lui "crudele e inusuale", come le pene e i trattamenti contrari all'Ottavo Emendamento della Costituzione americana.

Dall'antica legge di Dio Trump ha tratto la versione negativa e spietata, che giudica, condanna e maledice per sempre. Ne ha fatto un codice personale e penale da imporre al mondo e ai giorni nostri. Della volontà di Dio ha negato la parte positiva e benevola, che pure esiste, e indica un diritto e una giustizia di miglioramento, di tutela e di riparazione. Come invocava Aldo Moro, il progresso penalistico non sta nel miglioramento del diritto penale, ma nel suo superamento con qualcosa di meglio del diritto penale, che sia più ragionevole e più umano del diritto penale. È questa la "nuova frontiera" del diritto e della giustizia penale: un diritto senza pene e istituti di pena, una giustizia che non punisce, ma ripara.