di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 20 giugno 2026
Sotto l’amministrazione Trump, gli immigrati arrestati nell’ambito delle procedure avviate dall’Ice, l’agenzia federale statunitense per il controllo dell’immigrazione e delle dogane, rischiano sempre di più la vita nelle strutture di detenzione. A lanciare l’allarme è stata la Reuters. In una inchiesta l’agenzia di stampa evidenzia che, in base ai dati forniti dall’Immigration and customs enforcement, tra il 2009 e il 2024, i centri per l’immigrazione statunitensi hanno registrato un decesso all’anno ogni 3.848 detenuti, in base alla popolazione media giornaliera di ciascuna struttura. Il tasso di decessi è più che raddoppiato da quando Trump è ritornato alla Casa Bianca, raggiungendo circa un decesso ogni 1.630 persone.
I numeri sono provvisori, essendo aggiornati a inizio giugno. L’indagine condotta da Reuters si basa su dati ottenuti dal “Deportation Data Project”, a seguito di una richiesta di accesso agli atti, con l’elaborazione effettuata dal “Vera Institute of Justice”, organizzazione no-profit impegnata nel contrasto alla riduzione dei tassi di incarcerazione.
Tra i casi più recenti, posti all’attenzione dalla Reuters, si segnala quello di un cittadino di origine vietnamita con problemi cardiovascolari, morto nello “Speedway Slammer”, carcere di massima sicurezza nello Stato dell’Indiana, diventato ormai simbolo della stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump. In un altro centro di detenzione in Pennsylvania, un uomo cinese, che aveva già tentato il suicidio, si è impiccato nella doccia. A New York, invece, un honduregno con tachicardia e tremori dovuti all’astinenza da alcol è morto in cella senza aver ricevuto le cure di emergenza. Queste, secondo i dati dell’Ice, sono alcune delle 50 persone morte nei centri di detenzione per immigrati negli Stati Uniti da quando Donald Trump, nel gennaio 2025, ha avviato la campagna di deportazioni di massa.
L’agenzia Reuters specifica che “le cause di morte dei detenuti possono essere complesse e non derivano necessariamente da negligenza o abusi da parte degli amministratori dei centri di detenzione”. “Tuttavia - si sottolinea nell’inchiesta giornalistica -, tre esperti in materia di decessi negli istituti di detenzione, che hanno esaminato i registri dell’Ice e le autopsie per Reuters, hanno affermato che l’aumento del tasso di mortalità e altri dati sollevano preoccupazioni sulla qualità della supervisione e dell’assistenza medica nei centri di detenzione, la cui popolazione è aumentata vertiginosamente durante l’amministrazione Trump”. Dunque, il nesso tra decessi - in numero sempre più elevato - e inadeguata assistenza medica in favore degli immigrati privati della libertà emerge con chiarezza.
Particolarmente interessante il confronto tra la penultima e l’attuale amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno dell’amministrazione Biden, che ha intensificato i controlli in seguito alle critiche ricevute durante l’anno delle elezioni presidenziali, il numero degli immigrati clandestini è aumentato. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca le misure detentive applicate dall’Ice hanno riguardato circa 40.000 cittadini. Con Biden, invece, nel febbraio 2021, in piena pandemia, erano ospitate nei centri dedicati agli immigrati circa 14.000 persone. Con l’inasprimento delle misure di contrasto all’immigrazione clandestina decise da Trump, a gennaio, il numero delle detenzioni ha raggiunto quota 70.000.
Un balzo in avanti provocato dalla dura repressione avviata a Minneapolis e in altre città con un calo a circa 57.000 detenzioni registrato all’inizio di giugno. “Secondo i registri dell’Ice - rileva la Reuters - ventuno dei 50 decessi sono stati scoperti quando il detenuto non rispondeva più alle cure dei medici. Questi casi, che includono 10 suicidi, sono particolarmente preoccupanti perché potrebbero riflettere una mancanza di supervisione della salute fisica e mentale e di cure tempestive, come ha affermato Sanjay Basu, medico associato presso l’Università della California, che ha studiato i decessi nelle strutture di detenzione dell’Ice ed è uno dei tre esperti interpellati dalla Reuters”.
Le criticità riguardanti il trattamento degli immigrati sono state rilevate pure dall’American immigration council (Aic), organizzazione impegnata nello studio dei fenomeni migratori negli Stati Uniti. Un allarme di recente lanciato riguarda la scarsa trasparenza da parte dell’Ice nel fornire informazioni sulle condizioni degli immigrati detenuti e nel mancato rispetto del diritto di difesa che dovrebbe essere loro garantito. Secondo l’Aic, l’agenzia statunitense per l’immigrazione e le dogane ricorre spesso alla segretezza “per nascondere le proprie mancanze”.
A riprova del comportamento ostativo la limitazione dell’accesso, poche settimane fa, ad alcuni parlamentari presso “Delaney Hall”, centro di detenzione situato a Newark, nel New Jersey. L’Ice ha impedito l’ingresso nella struttura alla governatrice del New Jersey, Mikie Sherrill, e ad altri manifestanti in sciopero della fame. Durante le proteste, gli agenti dell’Ice hanno spruzzato spray al peperoncino contro centinaia di persone radunatesi davanti al centro di detenzione. A maggio l’agenzia per l’immigrazione ha diramato una circolare che limita ai componenti del Congresso e ai loro staff di verificare di persona le condizioni in cui versano le strutture di detenzione.









