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di Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera, 21 febbraio 2026

Il ruolo dei social media e il processo a Los Angeles contro alcune piattaforme accusate di aver creato pericolose dipendenze nei minori. Luca De Biase su Il Sole 24 Ore commenta la deposizione di Mark Zuckerberg nel processo in svolgimento a Los Angeles contro alcune piattaforme accusate di aver creato pericolose dipendenze nei minori. Il patron di Meta si è semplicemente scusato per non aver potuto impedire l’iscrizione addirittura di bambini (il caso più clamoroso, quello dietro l’acronimo Kgm era su Instagram dall’età di 9 anni) e ha promesso che in futuro le sue società saranno più attente. Ma dobbiamo dubitare del suo impegno se, nel respingere le accuse, ha sostenuto che la cosa più importante è tutelare la libertà d’espressione anche a costo di qualche errore. Non si tratta di errori banali, sono in gioco le vite dei minorenni che vanno salvaguardati da preoccupanti conseguenze patologiche. E il potere degli algoritmi, che orientano scelte e gusti del pubblico, è in mano ai proprietari delle piattaforme ai quali spetta fare di tutto per garantire la protezione soprattutto dei minori. 

Nessuno mette in dubbio la libertà d’espressione, ci mancherebbe, ma questa si esercita, in una società democratica, nella consapevolezza che possa, anche inavvertitamente, ledere i diritti degli altri, a maggior ragione delle persone più fragili. Libertà e responsabilità vanno di pari passo. La libertà di parola non è la violenza dell’aggressione verbale, magari anonima, né può far strame della realtà oggettiva dei fatti. Il processo di Los Angeles dimostra quanto sia necessario un quadro di regole - che nell’ordinamento europeo è assicurato per esempio dal Digital service act - perché altrimenti la società si trasforma nella giungla dei più forti in cui la libertà assoluta è di chi possiede le piattaforme e ha in mano le nostre vite. E rilancia i fautori del divieto di accesso ai social network dei minorenni. Lo hanno proposto, tra gli altri, il premier spagnolo Sanchez e il presidente francese Macron. Facilmente aggirabile purtroppo, come è accaduto in Australia, ma non più eludibile.