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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 23 marzo 2026

Il destino della “famiglia nel bosco” è un caso che da mesi scuote e polarizza la politica e l’opinione pubblica, divise in due tronconi contrapposti incapaci di dialogare. Da una parte c’è chi vede nello Stato il guardiano necessario della tutela dei minori, dall’altra chi denuncia l’intrusione di un potere tirannico, convinto di potersi arrogare il diritto di stabilire come vivere, dove vivere e come educare i propri figli. È una vicenda che tocca corde profonde e antiche, che provoca reazioni scomposte, emotive, spesso radicali, perché in gioco non c’è soltanto una famiglia isolata tra gli alberi di un bosco abruzzese, ma qualcosa di più ancestrale: i principi stessi delle società moderne, il delicato equilibrio tra Stato e individuo, tra libertà e uguaglianza, tra natura e cultura.

Chi è, in fondo, il “proprietario” legittimo dell’infanzia? I poteri pubblici, con il loro mandato di protezione, o la famiglia, con la sua libertà di educare secondo valori, culture, visioni del mondo, persino fantasie eccentriche e non conformi? La famiglia, come nucleo originario e pre-politico, luogo primario dell’esistenza umana, oppure lo Stato, in quanto garante dell’ordine civile e della formazione dei cittadini. Un dilemma filosofico che attraversa tutta la civiltà moderna, destinato a rimanere aperto. Jean‑Jacques Rousseau, nell’Emilio, aveva colto il nodo del problema: la spontaneità naturale del bambino è un bene prezioso da preservare, ma l’educazione non può limitarsi a custodire quella purezza originaria, deve anche guidarla verso l’ingresso nella comunità degli uomini. Il sogno rousseauiano di un’educazione “naturale” non aboliva il legame con la società; al contrario, lo preparava. La tensione tra natura e socializzazione era già lì, al centro della modernità nascente.

Per John Locke, il bambino nasce invece come una tabula rasa: è l’educazione a formarlo. Proprio per questo la famiglia assume un ruolo centrale, perché è il primo ambiente in cui si costruiscono le abitudini morali e civili. Ma Locke, pur teorico dello Stato liberale, non pensava affatto a una famiglia totalmente sovrana: l’educazione dei figli deve comunque preparare l’ingresso in una società regolata da leggi comuni. Il liberalismo ottocentesco ha però insistito con forza sul fatto che l’individuo deve essere protetto anche dalla pressione della maggioranza e dai tentacoli dello Stato etico. John Stuart Mill, nel suo celebre On Liberty, difende l’idea che la società debba tollerare stili di vita alternativi o minoritari, purché non producano danni diretti agli altri membri della comunità, l’originalità dei modi di vivere, sostiene Mill, non è una minaccia ma una risorsa per la libertà collettiva.

Il principio si scontra però con un’altra tradizione del pensiero filosofico-politico, secondo cui la comunità ha il diritto e in parte il dovere di trasmettere i propri valori fondamentali alle nuove generazioni, rappresentando essa un bene superiore. Già nell’antichità Aristotele sosteneva che l’educazione dei cittadini non potesse essere lasciata interamente alla sfera privata, perché la città esiste proprio per formare uomini capaci di vivere insieme secondo una certa idea di bene comune. Tra queste due polarità si è sviluppata la storia dello Stato moderno: l’Illuminismo ha sacralizzato la ragione, trasformando il sapere scientifico e sociale nella misura del bene pubblico e l’Ottocento ha costruito la scuola come officina del cittadino, il luogo dove la società plasma se stessa attraverso le nuove generazioni.

Ma con la stessa forza, dalla parte opposta, la tradizione liberale ha sempre difeso la famiglia come limite invalicabile all’ingerenza del potere politico, una frontiera morale prima ancora che giuridica: un luogo dove l’individuo deve restare protetto dalla mano dello Stato. Per questo quando un’autorità pubblica interviene nella vita familiare, come nel caso della famiglia Trevellion riemergono fantasmi antichi, si riaccende la paura atavica della polis che ingloba l’individuo, il sospetto che l’autorità pretenda di “fabbricare” un certo tipo di cittadino, disciplinato, conforme, addomesticato.

Ma ogni volta che una famiglia rivendica il diritto di vivere in modo radicalmente divergente, riaffiora l’angoscia opposta: che l’infanzia, se confinata in un microcosmo privato, isolato e potenzialmente patologico, possa essere privata delle opportunità che la collettività considera irrinunciabili. L’istruzione, la socialità, la possibilità di scegliere un destino diverso da quello in cui si è nati. C’è poi un altro elemento che rende il caso emotivamente esplosivo: l’infanzia stessa. Il bambino rappresenta il punto più sensibile della nostra immaginazione morale. In ciascuno di noi l’infanzia conserva qualcosa di irriducibile, un frammento di identità primitiva e vulnerabile. Quando lo Stato interviene su un bambino in modo così netto, percepiamo quasi sempre una quota di violenza, al tempo stesso simbolica e concreta.

Toccare quel nodo significa entrare in una zona delicatissima, dove la natura incontra la cultura, dove la famiglia incontra la legge, dove ciò che è più privato diventa improvvisamente politico. A tutto questo si aggiunge una tendenza evidente della nostra epoca: la crescente sfiducia nelle istituzioni e nella scienza come guida morale. Non è più in discussione soltanto la fondatezza di un intervento specifico, ma l’autorità stessa di chi decide. Medicina, psicologia, diritto minorile - discipline nate per orientare razionalmente le decisioni collettive - vengono sempre più spesso percepite come linguaggi del potere, strumenti attraverso cui un’élite stabilisce ciò che è normale e ciò che non lo è.

In un tempo in cui ogni sapere è contestato, ogni decisione tecnica rischia di apparire arbitraria. Lo abbiamo visto su scala globale durante la pandemia di Covid: la medicina, invece di essere percepita come bussola condivisa, è diventata per molti il simbolo di un dominio tecnocratico.

Dentro questo clima culturale, ogni intervento dello Stato sulla vita privata diventa immediatamente sospetto. Non importa quanto sia circostanziato o prudente: verrà comunque letto come un abuso da alcuni e come una necessità da altri. Non sappiamo se la famiglia di Palmoli riotterrà la custodia legale dei figli oppure se i bambini saranno drammaticamente separati dai genitori. Ma l’intera vicenda mostra quanto sia difficile in una società libera tenere insieme diritti diversi e ugualmente legittimi. In casi come questo non esiste una soluzione perfettamente pulita, indolore, priva di traumi: qualunque decisione produrrà una perdita, un’ingiustizia percepita, un dolore.

Le democrazie non vivono di certezze assolute, ma di equilibri fragili e continuamente negoziati. Tra i doveri di tutela dello Stato e la libertà degli individui non esiste una linea definitiva tracciata una volta per tutte. È in questo equilibrio difficile, continuamente rimesso in discussione dalla realtà, che risiede il senso della vita civile e il funzionamento stesso delle istituzioni democratiche.