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di Micol Conte

La Repubblica, 21 settembre 2022

Il campo profughi nella città nel governatorato di al-Hasakah orientale, nel Nord-Est siriano, è considerato una vera e propria “bomba a orologeria”.

Un inferno: è difficile chiamare il campo di Al Hol in modo diverso. Il centro di raccolta per gli sfollati dell’ex Califfato e le famiglie dell’Is - il cosiddetto stato islamico - nella provincia siriana di Hasakeh, accoglie 56 mila persone, il 93 per cento delle quali sono donne e bambini. Nei fatti è ancora una roccaforte per gli integralisti del sedicente Stato Islamico, le cui cellule “dormienti” continuano a organizzare attentati e omicidi. Nei giorni scorsi le Forze democratiche siriane SDF (cioè le milizie anti Is a maggioranza curda) hanno concluso la fase finale dell’operazione denominata “Umanità e sicurezza”: alla fine dei controlli, hanno fermato 226 persone, “fra cui 36 donne estremiste coinvolte in attività di terrorismo e omicidi”, dice un comunicato delle SDF citato dal sito della tv curda Rudaw, secondo cui nel campo sono stati scoperti 25 tunnel scavati clandestinamente.

Il campo: una bomba a orologeria. Al Hol è considerato una bomba a orologeria, tanto più che sulle milizie curde grava sempre la minaccia di un attacco turco: per Ankara le SDF e soprattutto le componenti curde YPG (Unità di protezione popolare) sono un gruppo terrorista, fiancheggiatore del PKK, il Partito dei lavoratori curdi, fuori legge in Turchia. A poco è servito il fatto che grazie agli sforzi delle SDF la coalizione anti Isis sostenuta dagli Stati Uniti abbia sconfitto il Califfato: il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha ordinato alle forze turche di non dare tregua ai curdi e vuole evitare con tutti i mezzi la creazione di una entità para-statale curda come quella che stava nascendo nella regione del Rojava, all’interno dei confini siriani.

I bambini. Ma su Al Hol c’è un’altra minaccia incombente: la quasi certezza che i minori cresciuti in condizioni di detenzione, fra vedove dell’Isis e superstiti fondamentalisti, possano abbracciare l’ideologia dell’islam radicale e diventare così un incubo globale. Metà di essi è sotto i dodici anni: in gran parte vivono con la madre siriana o irachena, ma è significativa anche la presenza delle vedove di foreign fighters, cioè miliziani arrivati da una cinquantina di nazioni estere, oggi riluttanti a riaccoglierne le famiglie.

I rimpatri. Molti detenuti ad Al Hol sono di nazionalità irachena, ma Bagdad, scrive il New York Times, procede lentamente ai rimpatri, perché molti iracheni sono ostili al ritorno delle famiglie dell'Is. Secondo Timothy Betts, coordinatore antiterrorismo del Dipartimento di Stato Usa, l'Iraq ha rimpatriato circa 600 combattenti dell'Isis e altre 2.500 persone da Al Hol, appena un decimo dei suoi cittadini detenuti. Recentemente la Francia ha rimpatriato 16 donne e 35 bambini, tra cui alcuni orfani. Resterebbero circa 165 bambini francesi, 65 donne e 85 uomini adulti. Secondo funzionari di Al Hol, la Germania conta tre - quattro dozzine di adulti in custodia, mentre Belgio e Gran Bretagna ne hanno circa due dozzine ciascuno, Turchia e Russia diverse centinaia. Il motivo dei ritardi, scrive il quotidiano americano, è che molti paesi europei sono particolarmente restii a riprendersi uomini, poiché temono che con i loro sistemi legali la carcerazione durerebbe solo pochi anni.

Traumatizzati. Save the Children sottolinea la necessità di non dimenticare i minori rinchiusi e di portarli via prima che sia troppo tardi da un contesto tossico, dove assistono ad abusi e omicidi. Per Matthew Sugrue, responsabile dell’organizzazione per la Siria, questi omicidi stanno terrorizzando i piccoli abitanti di Al Hol, che trascorrono le ore della veglia pensando: ‘ Chi sarà il prossimo? ’ Crescono con la paura che la loro famiglia sarà la prossima a essere attaccata. “Dobbiamo trovare urgentemente soluzioni durature affinché i bambini possano accedere ai servizi di cui hanno bisogno per riprendersi dalle loro esperienze. Meritano le stesse opportunità che hanno tutti i bambini: crescere in modo sicuro e felice. Non possono farlo mentre sono intrappolati ad Al Hol”.

La scuola. Secondo Kathryn Achilles, portavoce della ONG per la Siria, ad Al Hol ci sono sei “spazi di apprendimento temporaneo”, incluso uno che l'organizzazione ha recentemente ricostruito dopo che è stato dato alle fiamme. Qui i bambini imparano le basi di inglese, arabo, matematica e scienze. Ma la violenza crescente, ha detto la Achilles al NYT, li sta traumatizzando ulteriormente. “Questi ragazzi non hanno scelto di andare in Siria o di nascere lì e sono intrappolati in un ciclo di violenza che li sta punendo per i peccati dei loro padri. Questi bambini sono vittime del sistema, ma l’unica cosa di cui avrebbero bisogno è di essere riportati a casa”, conclude.