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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 18 agosto 2026

Pur di difendere a oltranza Sigfrido Ranucci dalle critiche, Marco Travaglio, nel suo consueto editoriale del lunedì sul Fatto, ha infangato la memoria di Giovanni Falcone con gli stessi linciaggi di allora. Nel trafiletto “Gli smemorati di Collegno” cita il Foglio del 14 agosto, dove Violante, Grasso e Ayala osservavano che Falcone non sarebbe mai andato a cena con Lavitola, e replica con una riga sola: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”. Tre parole per dire che il magistrato ucciso a Capaci stava peggio di chi frequentava il faccendiere oggi in cella a Rebibbia per aver ordinato un attentato non letale. Il sillogismo nessuno lo scrive per intero, perché per intero si vede il buco. Falcone non frequentava Andreotti: lavorava in un ministero della Repubblica mentre Andreotti era presidente del Consiglio.

Quel passaggio ha le carte. Il Csm autorizzò il collocamento fuori ruolo, il decreto del presidente della Repubblica è del 4 marzo 1991, l’immissione nel possesso agli Affari penali del 13 marzo. La frequentazione di Ranucci non ha un Dpr, e ci mancherebbe: è un affare che ha tenuto privato fino a quando non è scoppiato il bubbone.

Lo scritto di Travaglio ha avuto un seguito politico. Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia, ha scritto su X che il limite è stato superato: si può permettere al “più puro tra i direttori di un giornale” di insultare la memoria di Falcone per difendere un sodale giornalista, usando tra l’altro il suo stesso metodo? Pretende scuse immediate. Il punto però non è soltanto il paragone, che è miserabile, ma cosa scappa da quella riga. Perché l’accusa di stare dentro il Palazzo, di essersi messo al servizio del potere politico, non è un’invenzione di ieri: è l’arma usata contro Falcone quando era vivo, ed è la ragione per cui si trovò solo. Gli stessi che ora lo usano come un santino.

La storia la conosciamo. Il conto va aperto dal 19 gennaio 1988. Il Csm deve dare un successore a Caponnetto all’Ufficio istruzione di Palermo e scarta Falcone, preferendo Antonino Meli per anzianità. Votarono per Meli anche consiglieri di Magistratura democratica, la corrente teoricamente più vicina a lui; tra i pochi per Falcone ci fu Gian Carlo Caselli. Meli si insediò e il metodo del pool antimafia venne smontato pezzo per pezzo. Caponnetto lo disse senza giri di parole: Falcone fu esautorato.

Poi arrivò il resto. Il 24 maggio 1990, a “Samarcanda”, Leoluca Orlando accusò Falcone di tenere chiuse nei cassetti le carte sui delitti eccellenti. L’anno dopo, al “Maurizio Costanzo Show” del 26 settembre 1991, ci si mise Alfredo Galasso. Il 5 e l’11 settembre 1991 al Csm arrivarono due esposti, uno di Giuseppe Zupo, l’altro di Orlando, Galasso e Carmine Mancuso: si chiedeva conto degli insabbiamenti sui delitti Reina, Mattarella, La Torre, Insalaco, Bonsignore. Il 15 ottobre 1991 Falcone finì davanti alla prima commissione referente del Csm a discolparsi, e da quell’audizione resta la frase che dice tutto: non si parla più di prove nel cassetto perché i cassetti sono stati svuotati. Galasso gli rimproverava di essere fuggito da Palermo andando al ministero.

È storia poco nota, ma una speranza Falcone l’aveva riposta nella Procura di Palermo, quando sostenne lui stesso Pietro Giammanco come capo. Si infranse quasi subito. Come scrisse Caponnetto nel suo libro, quel capo eseguiva gli ordini di ben altri sostituti storici. Un disastro, con aspetti inquietanti che ancora oggi non hanno verità giudiziaria. Per questo Falcone lasciò Palermo e accettò la chiamata, arrivata già da Cossiga quando alla Giustizia c’era Giuliano Vassalli, per l’incarico di direttore degli Affari penali al ministero di Grazia e giustizia, guidato da Claudio Martelli.

Come si parlava di lui in quei mesi lo ha raccontato Ilda Boccassini nell’aula magna del Palazzo di giustizia di Milano, tre giorni dopo la strage, in un intervento ripreso dal Corriere del 26 maggio 1992. Disse ai colleghi che avevano fatto morire Giovanni con l’indifferenza e le critiche, e che qualcuno aveva pure il coraggio di andare al funerale. E ricordò un’assemblea dell’Anm a Palermo di due mesi prima: le parole più gentili, specie da Magistratura democratica, erano che Falcone si era venduto al potere politico. Mario Almerighi lo aveva definito un nemico politico. Ecco il vecchio odio che Travaglio rinnova con il suo editoriale.

Resta l’altra metà della faccenda, quella che non si ha il coraggio di dire: cosa fece davvero quel governo. Le motivazioni della sentenza d’appello che assolse Andreotti, sulla sua posizione dopo il 1980, elencano un impegno istituzionale contro Cosa nostra: l’estradizione di Buscetta dal Brasile nel 1984, il decreto legge 317 del 12 settembre 1989 che impedì la scarcerazione di numerosi imputati del maxiprocesso in appello, altri provvedimenti dell’ultima presidenza del Consiglio, quella del 1989-1992. La Cassazione, nel 2004, ha scritto che Andreotti fu artefice con altri di provvedimenti legislativi che scongiurarono quelle scarcerazioni, escludendo che avesse pilotato il maxiprocesso verso un esito gradito ai mafiosi. È il rovescio della tesi accusatoria portata in aula da Roberto Scarpinato, oggi senatore del Movimento 5 stelle.

E c’è il dettaglio che vale più di ogni ricostruzione. Nella stessa pronuncia c’è il racconto di Vincenzo Sinacori: verso la fine del 1991 Riina metteva insieme Andreotti, Falcone e Martelli come quelli che avevano fatto il maxiprocesso. Nella percezione di Cosa nostra, cioè di chi mise il tritolo a Capaci, il periodo del ministero è quello in cui quel governo era il nemico. Quindi sì, Falcone non avrebbe mai cenato con un Lavitola. Ma con un Andreotti presidente del Consiglio ci ha lavorato, e da lì sono uscite le leggi che hanno colpito i corleonesi. Chi mette sullo stesso piano un incarico di Stato e un rapporto personale con un uomo che dice di aver ordinato un attentato sta nuovamente infangando Falcone. Una cosa però va detta: a differenza di tanti altri che oggi fanno davvero gli smemorati, almeno Travaglio rimane coerente con l’accusa a Falcone. Ma la coerenza non è quasi mai una virtù.