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di Silvia Madiotto

Corriere di Verona, 20 agosto 2026

La senatrice leghista Erika Stefani è convinta degli strumenti che oggi la legge offre per difendere le donne: “Ma possiamo sempre migliorarli. Gli uomini violenti non si chiedono quale sia la pena prevista per i reati. È una società troppo aggressiva”. Qualcosa a un certo punto non ha funzionato, l’ex governatore Luca Zaia l’ha chiamato “un fallimento”. Una donna è morta dopo aver fatto ciò che tutti le hanno consigliato, denunciare il suo ex violento. Dopo aver fatto scattare il codice rosso e la vigilanza, come previsto dalla legge. Della commissione giustizia in Senato fa parte Erika Stefani, avvocato ed esponente leghista.

“Un uomo violento non guarda il codice penale, non si chiede prima quali siano le punizioni per le sue azioni. Il lavoro delle istituzioni è trovare dei deterrenti efficaci e, se non basta, modificarli affinché si riesca a portare il numero dei femminicidi a zero”. Quello di Tania è stato il primo in Veneto nel 2026, i numeri sono calati, ma non sarà mai un risultato accettabile.

Dove si è inceppato il meccanismo della legge, della tutela della donna?

“Ogni volta che c’è un femminicidio qualcosa non ha funzionato, se nonostante le leggi e le forme di tutela non siamo riusciti a fermarlo. Vuol dire che non basta una riflessione, dobbiamo agire ancora più in profondità. Da dieci anni si innestano norme più stringenti che aggravano la situazione del maltrattante, che introducono nuove misure, il codice rosso, il reato di femminicidio”.

Però le donne vengono ancora uccise dagli uomini...

“Il reato è punito con l’ergastolo. Più di così non si può fare. Ma tutte le leggi sono sperimentali: quando le applichi vedi le lacune e puoi intervenire, modificare. Penso al termine di tre giorni dalla denuncia per ascoltare la donna vittima, in cui Giulia Bongiorno è intervenuta per modificare il suo stesso provvedimento. Alcuni femminicidi, grazie al codice rosso e alla vigilanza delle forze dell’ordine, sono stati scongiurati, ed è importante”.

La sua collega senatrice Semenzato propone il carcere preventivo...

“Io come persona, per la mia formazione politica, direi sì: davanti a elementi non solo di sospetto ma quasi indiziari di un futuro comportamento violento servono sistemi più incisivi. Ma da giurista so che la custodia cautelare in carcere può esistere solo di fronte a un certo tipo di condizioni e indagini. Il nostro sistema costituzionale funziona”.

rima della repressione c’è l’educazione, la prevenzione. Condivide?

“A volte la pena grave non basta come deterrente. Non penso che chi ha ucciso Tania, o Giulia, o Giada, si sia chiesto quale fosse la conseguenza in base al codice penale. L’educazione al rispetto della donna non viene solo dalla scuola ma anche dalla società, che oggi è sempre più aggressiva, incapace di accettare risposte negative o la propria fallibilità. In questo caso drammatico emerge un disagio sociale e psicologico enorme. È maturata, in quell’uomo, un’ossessione gravissima. E non essere riusciti a fermarlo è la cosa più grave”.

Partire dalle scuole, con educazione affettiva e al rispetto, è utile secondo lei?

“Dipende dal tipo di percorso proposto. L’educazione civica, che insegna anche il rispetto, ha grande supporto da parte del governo e della maggioranza. Il tema del femminicidio è estremamente complesso e non basta una soluzione semplice come l’educazione affettiva e sessuale a scuola. E non riguarda la sfera sessuale, ma quella psicologica ed emotiva”.

Lei ritiene che sia stato fatto il possibile per proteggere le donne?

“Quando succedono fatti come questo non lo so. Noi legislatori abbiamo il compito di analizzarci sempre, di migliorarci e attivare tutti gli strumenti possibili”.