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di Elisa De Marco

La Stampa, 6 maggio 2025

Il processo a quattro agenti del commissariato di Anzio è finito con “tutti assolti”. Stefano Brunetti ha 43 anni quando viene fermato a Nettuno, l’8 settembre 2008, durante un tentativo di furto all’interno di un negozio di biancheria per la casa. Ne nasce una colluttazione con il proprietario dell’attività, e poco dopo arriva la polizia. Brunetti viene arrestato e condotto al commissariato di Anzio. È agitato, sembra in stato confusionale. Gli agenti dicono che si comporta in modo violento, che si scaglia contro porte e arredi della stanza dove è trattenuto. A quel punto, chiamano un medico: gli viene somministrato un calmante e viene disposto il suo trasferimento nel carcere di Velletri. Ma le cose, in realtà, non sono così semplici.

Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, Stefano Brunetti viene spostato in carcere intorno alle due del mattino. Qualche ora dopo, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Il personale medico del carcere decide di trasferirlo in ospedale, dove arriva in stato già critico. Il medico che lo prende in carico, Claudio Cappello, gli domanda cosa sia successo. Stefano, a fatica, risponde: “Mi hanno menato le guardie del commissariato di Anzio”. È l’ultima cosa che riesce a dire. Morirà poche ore dopo. L’autopsia rivela due costole fratturate e una rottura della milza: è l’emorragia interna a ucciderlo.

La Procura di Velletri apre un’indagine. L’ipotesi è omicidio preterintenzionale. Vengono iscritti nel registro degli indagati quattro agenti del commissariato: Salvatore Lupoli, Massimo Cocuzza, Daniele Bruno e Alessio Sparacino. Secondo l’accusa, Stefano sarebbe stato picchiato durante la detenzione e le sue condizioni sarebbero state aggravate da omissioni e falsi in atto pubblico. Il processo comincia nel 2011 davanti alla Corte d’Assise di Frosinone. La famiglia di Brunetti si costituisce parte civile. Ma la strada della giustizia si fa subito tortuosa. I quattro agenti si difendono, negano ogni responsabilità. La loro versione dei fatti parla di autolesionismo: secondo loro, Stefano avrebbe sbattuto più volte il torace contro gli arredi della cella.

Nel 2013 arriva la sentenza di primo grado: tutti assolti. Il giudice stabilisce che non ci sono elementi certi per dimostrare un pestaggio. Non si può escludere, afferma la sentenza, che le lesioni siano state provocate durante la colluttazione con il commerciante, oppure da gesti autolesivi. La Procura ricorre in appello, ma anche la Corte d’Assise d’Appello conferma l’assoluzione. Infine, nel 2016, la Cassazione chiude il caso: assoluzione definitiva. Nessuno ha colpe. Nessuno paga.

La famiglia di Stefano non solo non ottiene giustizia, ma si ritrova a dover sostenere anche le spese processuali. Le parole pronunciate da Stefano sul letto d’ospedale, le lesioni evidenti, il caos di quella notte - tutto viene spazzato via da un verdetto che non riconosce alcuna responsabilità. Oggi il nome di Stefano Brunetti è uno dei tanti associati ai casi di morte sotto custodia in Italia. Una vicenda che solleva interrogativi mai risolti sul trattamento dei fermati, sulla trasparenza nelle fasi di arresto e sulla difficoltà - troppo ricorrente - di ottenere risposte quando le vittime non hanno voce. Una morte che resta nel limbo tra la verità giudiziaria e il sospetto. E che lascia dietro di sé una sola certezza: Stefano Brunetti non c’è più. E per la sua morte, nessuno ha mai pagato.