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di Alice D’Este

Corriere del Veneto, 11 gennaio 2024

La prof: mi diceva “sentirà parlare di me”, mi vengono i brividi. ““Diventerò famoso, sentirà parlare di me”, me lo ha detto l’ultimo giorno, quando l’ho incontrato nella biblioteca del carcere. E a ripensarci ora mi vengono i brividi”. A parlare è Manuela Mezzacasa, volontaria al Due Palazzi di Padova, professoressa di lettere in pensione, ex insegnante di Stefano Voltolina, il ventiseienne veneziano che lunedì pomeriggio si è tolto la vita in una cella. Avrebbe dovuto scontare una pena fino al 2028. Oggi ci sarà l’autopsia che cercherà di ricostruire la situazione medica di Stefano e quali farmaci assumesse prima della morte.

“Da un mese Stefano aveva smesso di venire in biblioteca, ero molto preoccupata - dice - avevo chiesto informazioni a tutti i suoi amici e compagni di cella, alle persone con cui stava spesso, nessuno sapeva nulla. Lui nei libri trovava respiro, libertà, il fatto che non venisse più a prenderne era insolito”.

Chi era Stefano?

“Ho conosciuto due Stefano diversi. Il ragazzino delle scuole medie scanzonato e scapestrato e lo Stefano adulto, incontrato qui. Lo sguardo era rimasto lo stesso, però. L’ho riconosciuto così, dagli occhi. Stefano alle medie era un ragazzino pieno di vita, abituato a essere libero. Qui era una lince in gabbia”.

In che senso?

“Soffriva molto la condizione carceraria, come spesso accade ai più giovani. Ne avevamo anche parlato, mi aveva detto che non si sentiva bene. In questi momenti è molto difficile trovare la parola giusta da dire al momento giusto ma ci ho provato anche perché ero consapevole che non avrei avuto una seconda occasione per farlo. I detenuti hanno solo quel momento lì per il confronto, per comunicare in modo libero. Ho cercato di dirgli qualcosa, di spiegargli che in carcere è una condizione comune quella di sentirsi oppressi e ci siamo lasciati con una battuta. Lui aveva voglia di trovare delle risposte esistenziali, voleva leggere Nietzsche. Io gli ho suggerito scherzando di cominciare con Platone dicendogli che era più leggero. Con Stefano una cosa che funzionava sempre era l’ironia, era dotato di una capacità di modificare il suo punto di vista se qualcuno gli lanciava la possibilità di leggere la cosa in modo ironico. E poi ha sempre scritto molto bene”.

Si ricorda cosa scriveva?

“Mi ricordo che aveva molti sogni. Aveva un legame affettivo buono con la sua famiglia ma era abituato a essere così, libero e senza limiti. A fare di ogni minuto della sua vita quello che voleva. Un giorno, dopo aver lasciato la sua classe per una bocciatura, aveva deciso di venirci a salutare tutti passando per il cornicione della scuola. Mi ricordo questo momento come se fosse accaduto ieri. Lui poi voleva suonare, tant’è che si era iscritto al corso di musica del carcere, suonava il pianoforte. La passione era iniziata proprio alle medie. Il suo insegnante di sostegno era anche insegnante di musica e lo aveva avvicinato a questo mondo”.

Come è andato il primo incontro?

“Io di solito faccio servizio al giovedì quando scendono i detenuti dei piani protetti, quelli legati ad esempio ai reati sessuali. Ad un certo punto ho visto entrare questo ragazzo, l’altro che era con lui si guardava intorno e faceva confusione, lui era in silenzio, guardava a terra. L’ho riconosciuto subito. Prima che andasse via non ho resistito e gli ho chiesto come si chiamava poi l’ho guardato e gli ho detto “io sono la Mezzacasa, la tua prof”. Lì si c’è stato come un fermo immagine. Tutti si sono bloccati. Hanno capito cosa stava succedendo”.

E poi?

“Poi ci sono stati tre incontri forti. Partivamo dai libri, abbiamo parlato del concorso di poesia e lui mi ha dettato al volo un testo, noi l’abbiamo scritta al computer e l’abbiamo spedito per farlo partecipare. Dal giorno in cui mi ha parlato e mi ha detto che non stava bene non l’ho più visto. La verità è che questo sistema non funziona. Sono tutti giovani quelli che si ammazzano. Quello che c’è qui dentro va oltre le loro capacità di sopportazione. Forse cambiando reparto è cambiato qualcosa dentro di lui. Era seguito a vista. Ma basta un attimo, un momento di disperazione”.