di Venanzio Postiglione
Corriere della Sera, 5 giugno 2026
Le fake news, sempre esistite, adesso viaggiano, si diffondono e si allargano a una velocità infinita. Il controllo delle fonti è diventato una necessità, un’urgenza e un’ossessione. E la strada giusta resta una sola: la fiducia che lega chi legge e chi scrive. Pochi anni. Passaggio d’epoca. Una regola, nei giornali, era semplice, dritta: “Faccio presto”. Passano i mesi, siamo a oggi, la frase chiave è un’altra: “Devo controllare”. Certo che la rapidità resta vitale. Certo che le notizie si verificavano anche prima. E ci mancherebbe. Però. Però il diluvio di notizie, spesso false, ha stravolto le abitudini di chi scrive e di chi legge. Ci siamo persi la verità.
L’informazione (e la vita stessa) si basano sui fatti e sono permeate dai fatti: una volta che sappiamo che cosa è successo e che cosa non è successo, e magari ne siamo certi, possiamo percorrere la prateria delle idee, delle opinioni opposte e anche radicali, dei punti di vista più bizzarri e stravaganti. Ma qui, ora, ogni giorno è una salita: questa foto l’ha scattata una persona o l’ha creata l’intelligenza artificiale? E la frase che leggiamo sui social? Una cosa seria o un’invenzione?
Quando nel gennaio 2017 gli americani si dividevano sulla reale partecipazione delle persone all’insediamento del primo Trump (più o meno di Obama?), la consigliera del neo presidente Kellyanne Conway snobbò la prova fotografica. E propose la tesi dei “fatti alternativi”: per te è vera una cosa, per me un’altra. Chiaro, no? La realtà generata dall’opinione. E nessuno chiamò gli infermieri. “Io vedo solo quel che credo”: il lapsus, voluto o non voluto, di Eric Zemmour durante la campagna presidenziale francese del 2022 sembra il simbolo dell’epoca. Una sorta di verità percepita. Che molti leader populisti lanciano e rilanciano, una fetta dei social non aspetta altro. Le fake news, sempre esistite, adesso viaggiano, si diffondono e si allargano a una velocità infinita.
Orson Welles lo afferrò il 30 ottobre 1938, quando aveva 23 anni, via radio: con La guerra dei mondi raccontò che erano arrivati i marziani, terrorizzando gli americani. L’esperimento colpì l’opinione pubblica e George Orwell, un genio che elogiava un genio, ci tornò due anni dopo, il 26 ottobre 1940. “Gli atti di fede in gioco erano due e distinti: primo, che il programma fosse un notiziario e, secondo, che si dovesse credere a quel che dice un notiziario. L’aspetto davvero sbalorditivo è che pochissimi ascoltatori ritennero fosse il caso di sincerarsene. È questo stato d’animo ad aver spinto nazioni intere nelle braccia di un Salvatore”. Poco da aggiungere.
L’informazione, appunto. Se la verità sta crollando, la strada è una sola. La fiducia. La fiducia che lega chi legge e chi scrive. Il controllo delle fonti come necessità, urgenza, ossessione. Sono passati 150 anni, il traguardo è sempre quello indicato da Eugenio Torelli Viollier, fondatore del Corriere della Sera, già garibaldino e assistente di Alexandre Dumas, nell’editoriale del primo numero, 5-6 marzo 1876: i fatti e la chiarezza. I fatti per contrastare le falsità di mezzo mondo, allora e soprattutto adesso. La chiarezza per farsi capire da chiunque, riga per riga. Quando lasciò la sua prima direzione, il 29-30 giugno del 1891, Torelli Viollier difese l’idea di un giornale “cultore del vero”. Cultore del vero. Che meraviglia. Difficile, dopo tanti anni, trovare una sintesi più nobile. Se le notizie corrono più veloci della verità, signore e signori, noi abbiamo un problema. Almeno dirselo.










