di Lucrezia Tiberio
lintellettualedissidente.it, 14 dicembre 2019
Nel sistema carcerario italiano - complici le leggi riempi-celle e il conseguente sovraffollamento - è carente la rieducazione dei detenuti. Ma stigmatizzare un uomo che commette un reato come criminale a vita fa sì che lui stesso non creda più nel proprio recupero e reinserimento sociale: è la teoria dell'etichettamento, oggi più attuale che mai.
Le carceri italiane, secondo il rapporto dell'associazione Antigone al 30 aprile 2019, ospitano 60.439 detenuti, ben ottomila in più rispetto a tre anni e mezzo fa, con un tasso di affollamento che sfiora pericolosamente il 120%. Al di là dei dati numerici, comunque allarmanti, viene da chiedersi quale sia la causa di questo aumento delle condanne, considerato che il numero dei reati commessi dal 2017 è in calo.
L'equazione, non esattamente logica, per cui si commettono meno reati contro la persona ma aumentano le condanne e le pene irrogate sono sempre più severe, costringe a una riflessione sulla percezione della criminalità e la stigmatizzazione dei delinquenti. Parte del problema scaturisce senza ombra di dubbio dal dibattito politico, che sempre di più si impegna per far sentire i cittadini in un paese pericoloso e senza possibilità di proteggersi dai "criminali", spesso identificati nelle minoranze etniche che popolano le periferie delle città.
L'alimentazione di queste pulsioni ansiogene e aggressive inevitabilmente fa pensare agli elettori di doversi difendere, anzi, di doverlo fare solo con le proprie forze. Ne è prova incontrovertibile, per esempio, la recente riforma della legittima difesa di cui all'articolo 52 del codice penale, che, seppur in linea di stretto diritto non muta radicalmente l'istituto, adottando delle modifiche alla sola difesa domiciliare, è stata il manifesto dei nuovi movimenti sovranisti.
La riforma, acclamata dai media come una sorta di vittoria rivoluzionaria, tenta di imitare il modello statunitense senza riuscirci davvero, almeno a livello giuridico: nonostante, infatti, i cittadini che hanno messo in atto questa sorta di giustizia privata vengano descritti pubblicamente come eroi e supportati da movimenti politici, saranno comunque sottoposti a un procedimento penale e, il più delle volte, condannati per eccesso di legittima difesa.
La necessità di individuare un bersaglio, un nemico, spacca letteralmente in due la società tra buoni e i cattivi, tra coloro che rispettano la legge e i criminali. L'altra causa di questa deriva populista è l'incapacità della collettività di osservare la realtà nel suo contesto storico e culturale, che ha come conseguenza la formazione di una sorta di giudizio morale, totalmente arbitrario, nei confronti di chi commette un reato.
Prestando anche un breve sguardo alla situazione economico-sociale delle periferie delle grandi città, e non solo, ci si accorgerà che è proprio qui, a causa della mancanza di attività ricreative, di infrastrutture, di servizi e di occupazione regolare, che si moltiplicano le possibilità, soprattutto per la fascia più giovane di popolazione, di inserirsi nel contesto criminale.
Questi individui, tuttavia, non sono considerati, per esempio, ragazzi cresciuti in ambienti difficoltosi, intrinsecamente vicini alla delinquenza e alla sopravvivenza tramite espedienti: sono solo criminali.
E probabilmente lo saranno per il resto della propria esistenza, fuori dalla società. Rappresentano il cosiddetto indice di allarme sociale, purtroppo anche all'interno delle aule di tribunale. La meritevolezza della pena, cioè il principio cardine del diritto penale anche a livello comunitario, viene disatteso tutte quelle volte in cui vengono irrogate pene altissime e severe o misure cautelari eccessivamente gravose, quasi a voler dare un segnale all'esterno.
Centinaia di ragazzi, spesso stranieri, vengono rinchiusi in celle con cinque o sei letti, senza una corretta e attenta valutazione della prova, del contesto famigliare che li costringe ad affidarsi ad un avvocato d'ufficio, e soprattutto senza alcun supporto di tipo psicologico.
Una volta fatto il primo ingresso nell'ambiente carcerario, dovrebbe attivarsi quel meccanismo previsto da un diritto costituzionalmente garantito: la rieducazione. Il reinserimento sociale degli individui che hanno commesso dei reati fa parte del più ampio e civile principio di solidarietà collettiva che lo Stato ha il dovere di garantire ai propri cittadini, considerandoli tutti uguali nella propria dignità.
Eppure ciò sembra impossibile, sia a causa del sovraffollamento e della conseguente carenza di personale nelle carceri, sia a causa della stigmatizzazione esterna che fa sempre più pensare alla teoria criminologica dell'etichettamento.
Il pensiero contenuto in "Outsiders, Saggi di sociologia della devianza" di Howard Becker, sociologo simbolo della scuola di Chicago, nato nel lontano 1928, si rivela più attuale che mai: l'identità e la condotta degli individui sono determinate da classificazioni etero-determinate.
La "labelling theory" nasce dall'assunto secondo il quale gli individui potenti, privilegiati, della società definiscono alcuni comportamenti e alcuni reati come sintomo di devianza, di distanza dalla società "buona".
Etichettando questi individui come "outsider" fanno in modo che questi interiorizzino la stessa etichetta. Tale assunto pare ancora più logico e aderente alla realtà odierna se si pensa che solo alcuni reati godono di una pessima reputazione: il giovane ragazzo di periferia trovato in possesso di sostanza stupefacente ai fini di spaccio e l'evasore fiscale o il funzionario corrotto non sono entrambi "outsider": solo il primo viene percepito come causa di allarme sociale, come soggetto da allontanare e punire per il maggior tempo possibile, perché nocivo e pericoloso per la collettività.
Etichettare degli individui in quanto tali, stigmatizzandoli, equivale a tracciare in anticipo il loro futuro, considerandoli come un peso per i cittadini "per bene" e facendo aumentare esponenzialmente in questi soggetti il pensiero che la loro vita sarà inevitabilmente influenzata dal crimine. Atteso che solo chi detiene il potere e si rivolge alla collettività ha la facoltà di plasmare queste etichette e cucirle addosso ad alcuni dei propri cittadini, è proprio da qui, dal mondo politico e giudiziario, che deve mutare la visione di devianza.
Non esistono comportamenti, in assoluto, deviati. Chi commette un reato, specie se frutto di malcontento e povertà, è prima di tutto un cittadino che va giudicato secondo i principi del giusto processo e reinserito all'interno della società, al pari degli altri individui. Una società moderna e democratica cresce e sviluppa il proprio senso di umanità includendo tutti e utilizzando lo strumento della sanzione penale esclusivamente come "extrema ratio".










