di Giorgio De Girolamo
Il Manifesto, 20 luglio 2025
Sotto il combinato disposto di sole, asfalto e cemento, si è aperto poco dopo le 9 di ieri il presidio convocato dal nodo italiano della rete Stop Rearm Europe (che vede tra promotori e aderenti, tra gli altri, Arci, Cgil, Legambiente e Un Ponte Per) all’ingresso della base militare di Camp Darby, a pochi chilometri da Pisa, uno dei più strategici arsenali Usa nel paese. In 1.500 si sono riuniti intorno a una piattaforma di opposizione all’escalation bellica, al piano europeo di investimenti nel riarmo, e al genocidio del popolo palestinese del quale supporto essenziale sono i silenzi e le complicità degli stati occidentali, tra cui anche il governo italiano.
Una rete complessa che ieri si è data un primo grande appuntamento politico dopo il corteo nazionale di 100mila persone a Roma dello scorso 21 giugno: un collettore di pacifismi, culture e linguaggi politici che stanno trovando nel bisogno di creare un’opposizione alle guerre, al genocidio, al riarmo e alla conseguente austerità, un’occasione di superamento delle fratture diffuse. È questo infatti il principale obiettivo, come sottolineato da Raffaella Bolini, vicepresidente nazionale dell’Arci: “Solo il 16% dei cittadini è disponibile ad andare a combattere. Il nostro compito è intercettare questo popolo, dare loro voce”. Forte anche la partecipazione del sindacato, con la segretaria della Cgil Toscana, Anna Maria Romano, che ha sottolineato: “La spesa militare è sbagliata anche in termini di ricaduta occupazionale e di sviluppo a lungo termine del paese”. Non sono mancati infine gli interventi degli studenti e dei precari della ricerca, colpiti in questo ultimo anno da un taglio di 500 milioni al fondo di finanziamento ordinario e da una riforma che ha aumentato ulteriormente la precarietà del lavoro accademico. In contemporanea a Firenze, in piazza degli Uffizi, veniva animato un presidio da parte dei lavoratori degli appalti dei principali musei fiorentini, che denunciano pessime condizioni di lavoro e salari da fame. Il legame tra riarmo e austerità sociale è evidente.
Quello di Camp Darby è un tassello della rete di militarizzazione che pesa sul territorio pisano, da tre anni peraltro a rischio di ulteriore espansione. A denunciarlo è il movimento No base (presente ieri) che dopo lo spostamento da Coltano, al centro dell’area protetta del Parco di San Rossore, del progetto di una nuova base militare dei Carabinieri, si oppone a un analogo intervento di recupero ed espansione dell’area ex Cisam. Quest’ultimo, come denunciato nei giorni scorsi dal movimento, può beneficiare di una corsia preferenziale proposta con alcuni emendamenti di maggioranza al dl Infrastrutture, che farebbero venir meno il bisogno della Valutazione di impatto ambientale a fronte di opere considerate strategiche per la difesa.
Dal palco è intervenuta anche una delegazione degli operai del Collettivo di fabbrica ex Gkn che, pur confessando “l’imbarazzo di parlare di lavoro di fronte a centinaia di migliaia di morti”, si è chiesta quali siano i valori occidentali che con guerre e riarmo si pretenderebbe difendere: “Due femminicidi e 3 operai morti al giorno, oppure quelli più fortunati come noi che con una mail si ritrovano senza lavoro dalla sera alla mattina?”. Il piano da essi elaborato di reindustrializzazione in senso ecologicamente sostenibile dello stabilimento (che da 4 anni presidiano e che oggi rischia lo sgombero) è forse la più chiara alternativa in reazione al netto abbandono da parte dell’Ue dei target di contrasto alla crisi climatica che ha lasciato spazio solo a investimenti nell’industria bellica per rimpiazzare il settore automotive. Gli organizzatori: “Il 12 ottobre ci sarà la marcia Perugia-Assisi. Entro il 15 ottobre il governo deve trasmettere alla commissione europea il Documento programmatico di bilancio, che sarà una macelleria sociale. Quale migliore data per organizzare una grande mobilitazione?”.











