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di Loredana Violi*

Il Domani, 3 giugno 2022

Dopo 11 anni di annunci, l’Italia continua a non occuparsi come dovrebbe dei detenuti con malattie mentali. Le Residenze che dovrebbero ospitarli sono molto poche, le risorse insufficienti e la politica resta indifferente. È divenuta definitiva l’ennesima condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione che vieta trattamenti inumani e degradanti, annunciata a gennaio scorso. A finire sotto osservazione, stavolta, la tutela del diritto alla salute dei carcerati e, in particolare, il sistema delle Rems (acronimo delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), simbolo di una rivoluzione annunciata e mai realizzata. La Cedu ha condannato il nostro paese per aver trattenuto illecitamente in carcere per più di due anni un cittadino italiano con problemi psichici.

Una storia che si ripete - Tutto ha inizio nel 2011, è il 16 marzo quando al Senato viene indetta una conferenza stampa per illustrare il lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale, presieduta dall’allora senatore Ignazio Marino, presso i sei ospedali psichiatrici giudiziari nazionali. Il filmato, sconvolgente nella sua verità fatta di cinghie di contenzione e di celle maleodoranti (faceva eccezione solo la struttura di Castiglione delle Stiviere), scuote l’opinione pubblica riaprendo una pagina triste della storia del nostro paese che si pensava definitivamente superata con la legge 180 del 1978 che aveva chiuso i manicomi. A ben guardare, la svolta legislativa introdotta con la legge Basaglia non aveva inciso sugli ospedali psichiatrici giudiziari che di fatto presentavano, come si leggerà pochi mesi più tardi nella relazione finale, “un assetto strutturale assimilabile al carcere o all’istituzione manicomiale”. L’indignazione unanime, ben rappresentata dalle parole del capo dello stato, Giorgio Napolitano, che parlò di “estremo orrore”, costrinse la politica, da sempre indifferente alla questione, ad affrontare il problema dei manicomi criminali nei quali venivano trattenute a vario titolo 1.378 persone.

Riforme a metà - Per dare un segnale forte e immediato all’opinione pubblica, la riforma fu inserita, seppur laconicamente, in uno dei primi decreti legge (211 del 2011), comunemente noti come “svuota carceri” perché volti a mitigare il fenomeno del sovraffollamento carcerario, già diventato problema sovranazionale a seguito della sentenza di condanna della Cedu inflitta all’Italia nel 2009. La “rivoluzione gentile”, come la definì, ancora sull’onda dell’entusiasmo, il commissario straordinario nominato ad hoc, Franco Corleone, era destinata, sulla carta, a cambiare radicalmente.

*Avvocato penalista