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di Andrea Venanzoni

Il Foglio, 7 maggio 2026

“A via de la Lungara ce sta ‘n gradino chi nun salisce quello nun è romano, e né trasteverino”. Lo scalino del famoso detto romanesco da tempo ormai è molto meno utilizzato. Una volta, infatti, si accedeva al complesso penitenziario di Regina Coeli da via della Lungara, dove sono ubicati i famosi tre scalini ridotti a uno solo nel detto, ma ormai l’ingresso più frequentato è quello di via San Francesco di Sales. Ma l’aura di purissima romanità del luogo rimane integra, a partire da antiche tradizioni che forse diradatesi nell’epoca dell’alta tecnologia rimangono spettrali a tramandarsi nella memoria di un certo romanticismo criminale: il colle del Gianicolo, sovrastante il carcere, per decenni è stato parlatorio informale, con famiglie che urlavano i loro incoraggiamenti e le notizie più importanti ai loro parenti ristretti tra le mura screpolate del carcere.

Addirittura, nei primi decenni di funzionamento del carcere, si era diffuso un bizzarro commercio di voci: omaccioni dalla voce stentorea si rendevano, dietro compenso, messaggeri per conto di mamme e nonne di detenuti. Ancora oggi, di sera, quando il cielo si scurisce si può sentire qualche voce tonante propagarsi nell’aria, sperando di raggiungere le orecchie della persona cara, al di là delle sbarre. Come molti degli edifici pubblici romani che i sabaudi dovettero convertire alle esigenze dell’unificazione istituzionale, anche Regina Coeli aveva una derivazione religiosa; si trattava infatti di un convento di suore, cosa che spiega il nome dell’istituto penitenziario. Il convento venne inaugurato nel XVII secolo, il carcere invece nel 1881.

Non si trattò solo di una mera conversione della struttura ma di un delicato lavoro di ampliamento e di razionalizzazione architettonica; infatti negli anni settanta del XIX secolo a Roma di carceri ve ne erano quattro di cui due proprio in zona Lungotevere, il Buon Pastore e il monastero di Regina Coeli. A differenza di altri istituti di pena, Regina Coeli è penetrato nel profondo della romanità, fino a divenirne una parte irrinunciabile.

Lo si ritrova in film, in canzoni, in detti popolari. Questo perché, oltre alla sua storia risalente, al carcere si sono legati episodi storici, personaggi di grande rilievo ed elementi molto meno noti ma che pure sono parte fondante d’italia. Giuseppe Adinolfi, per molti anni medico penitenziario di grande cultura e altrettanto grande umanità, nel 1998 pubblicò un libro, “Regina Coeli e le altre carceri romane”, edito da Bonsignori Editore, nel quale veniva ripercorsa la storia dell’istituto: una storia ricca di dettagli e particolari, molti dei quali ignoti. Ad esempio, a Regina Coeli nel 1903 venne istituita la Scuola di Polizia Scientifica, salvo poi quattro anni dopo essere trasferita a via Giulia. E sempre a Regina Coeli veniva stampata la Gazzetta Ufficiale del Regno, tanto che per molti anni nel carcere era ancora visibile il torchio originale usato per stampare il giornale.

In epoca fascista, il carcere venne utilizzato anche per confinarvi oppositori politici, tra cui Saragat, Salvemini e Pertini, le cui condizioni di detenzione erano particolarmente severe. Il progetto originario mussoliniano consisteva nell’affidare all’architetto Marcello Piacentini l’edificazione di una Città carceraria, unificando i vari plessi detentivi, ma l’idea naufragherà a causa, prima, della mancanza di fondi, e poi dello scoppio del conflitto.

La situazione precipiterà durante la guerra e in piena occupazione nazista della città, con un braccio intero dell’istituto requisito dalle forze di occupazione e gestito dai tedeschi. Ad impressionare, di Regina Coeli, è quella consistenza da fortezza antica, plumbea, con rumori incessanti che sottolineano ogni istante dell’esistenza ristretta: chiavi, tubi, porte che si sbarrano con clangori, passi continui, un vociare diffuso e stanco. La voce dimenticata di Regina Coeli.