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di Pinella Leocata

La Sicilia, 12 gennaio 2026

Nel libro “Sorellanza. La vita in un cento antiviolenza” (Villaggio Maori Editore) sette attiviste di Thamaia raccontano in prima persona il percorso che le ha portate ad assumere questo tipo di impegno e che cosa è cambiato quando sono entrate a far parte di questo centro antiviolenza che ha più di vent’anni di vita. C’è chi si presenta con il proprio nome e chi preferisce usare uno pseudonimo rivendicando per sé la stessa libertà che garantiscono alle donne vittime di violenza che si rivolgono a loro. Donne che, in quanto tali, sono costantemente esposte, sotto pressione, minacciate e che contano sul rispetto della privacy, sull’anonimato e sulla gratuità come presupposto perché scatti la fiducia e la possibilità di affidarsi.

Come emerge dai racconti curati da Marica Longo, le storie delle operatrici sono diverse eppure accomunate dalla scoperta di essere femministe. Una scoperta fatta proprio attraverso la frequentazione del centro antiviolenza e nel rapporto con le altre donne, le colleghe e le utenti. Nell’ascoltare le storie di violenza subite da chi si rivolge al centro Thamaia le operatrici hanno preso consapevolezza della violenza simbolica cui, in quando donne, anche loro sono state esposte fin da bambine. Tutte hanno sperimentato i processi di “invisibilizzazione” e di colpevolizzazione di cui è intriso il patriarcato e, nel lavoro con le altre donne, hanno scoperto di essere eredi dei saperi e della pratica del femminismo, dall’autocoscienza al dal partire da sé, all’essere concrete. Di qui la centralità del concetto di “sorellanza” e la consapevolezza dell’intersezionalità dei problemi e delle lotte per cui se tutte le donne sono vittime di forme di violenza c’è però una specificità e una differenza tra quella che subiscono le donne bianche e quella cui sono esposte le donne migranti, spesso oggetto di infibulazione, di matrimoni forzati da bambine, di torture, di stupri. E analogo discorso vale per le donne con disabilità e per quelle oggetto di pregiudizi razziali. “Sorellanza” è capacità di ascolto, anche dell’altro, del maschio maltrattante. Un’operatrice, che lavora anche in carcere, spiega il corto circuito che ha vissuto nel raccogliere il racconto delle donne vittime di violenza e quello dei maschi detenuti perché abusanti. Anche loro, riflette, sono schiacciati dal ruolo virile imposto dalla cultura patriarcale. Per cui “bisogna comprendere che ogni abusante è anche un abusato, anche se questo non li giustifica, e fare appello agli uomini perché anche loro si mettano in cerchio per parlare di sé, come hanno fatto le prime femministe con l’autocoscienza”.

Anche le operatrici di Thamaia, nel decidere di raccontarsi e di scrivere questo libro, hanno dovuto “riattraversarsi” e prendere posizione rivendicando la specificità della propria esperienza. “Noi non svolgiamo un servizio qualunque, ma siamo un centro antiviolenza femminista in cui ognuna di noi si rapporta all’altra innanzitutto come donna. Chi si rivolge al nostro centro non ha bisogno di dimostrare la propria credibilità, come avviene in altri contesti come le aule di tribunale. Noi ci possiamo comprendere perché siamo in una relazione paritaria”. Argomenti di cui, al circolo Olga Benario, introdotte da Pina La Villa, hanno discusso Valeria Sicurella e Marica Longo.