di Antonello Catacchio
Il Manifesto, 12 agosto 2026
Lo scorso anno alla Berlinale venne presentato “L’ultimo turno”, della regista svizzera Petra Volpe. Venne distribuito subito in Germania, Austria e Svizzera ottenendo un ottimo riscontro di pubblico (in Italia uscì poco dopo Ferragosto e subito dimenticato). Racconta di un’infermiera del reparto oncologico armata di grande empatia. Ora Petra Volpe, a riprova del fatto che pur minoritarie nel numero, esistono registe talentuose, dopo il debutto al Sundance, è approdata in piazza Grande con il suo nuovo film “Frank & Louis” (cosceneggiato da lei con Esther Bernstorff e fotografato da Judith Kaufmann). Forse era inevitabile visto il riscontro del film precedente, visto anche che si tratta di una regista elvetica, ma in piazza il pubblico è straripato offrendo un colpo d’occhio indimenticabile.
La storia del film è semplice. Frank è in carcere, da molto tempo, da ragazzo ha assassinato un uomo nel corso di una rapina. Sballottato da una galera all’altra, in cerca di un’audizione che finalmente gli consenta uno sconto di pena, accetta di fare da badante a un altro carcerato, Louis, affetto da Alzheimer. “Non volevo un film sentimentale, ma un racconto che potesse essere complesso e anche etico” ha dichiarato Volpe al Corriere del Ticino “pur essendo ambientata in prigione, la storia ha un’universalità: qual è il senso di essere umano? Occuparsi degli altri dà un senso alla vita. Per me questo dà senso all’umanità”.
Ci sono voluti dieci anni da quando sentì parlare per la prima volta dei camici gialli, ossia dei detenuti che si facevano carico dei carcerati in condizioni di salute mentale precaria, perché Volpe riuscisse a trasformare quella vicenda in un film, il suo primo girato in lingua inglese. I due interpreti principali sono Kingsley Ben-Adir, già protagonista di Bob Marley nel film a lui dedicato e Rob Morgan (visto tra l’altro in Stranger Things). Non deve essere stato facile per Volpe entrare in un universo maschile e machista per confezionare un film che punta invece sull’empatia, quasi proseguendo la linea ideale tratteggiata dalla sua infermiera. Qui però siamo in una situazione claustrofobica e senza sbocco, il protagonista Frank può eventualmente solo ritrovare se stesso, perché la realtà è tosta, non lascia margini per sussulti che possano portare aggiustamenti di sorta. La malattia, la morte, la reclusione, talvolta la violenza, dominano la scena pur cercando sempre tracce di umanità sensibile dietro ogni circostanza. Un racconto decisamente amaro.
Malinconia e nostalgia sono invece i sapori in concorso dove si è affacciato il vietnamita Lê Bào con Thính Giác (Hearing). Un racconto che, sin dal titolo, punta molto sull’ascolto, sui suoni, sui silenzi che riescono a evocare immagini. E sono immagini magnifiche nel loro lento fluire quelle realizzate da Nguyên Vinh Phúc.Lê Bàoracconta che “Il film nasce dalla nostalgia dei miei genitori, dei piatti semplici di mia madre e di Saigon, mia amata città natale. Parla di persone che si amano ma nascondono la tenerezza, incapaci di esprimere quello che hanno dentro”.
La vicenda narrata dal film è infatti quella di Ninh che abita con la madre accudendola, babbo si è isolato, vive coltivando funghi e non vuole più saperne della moglie, che peraltro malmenava. Anche Ninh è separato dall’ex moglie Ngoc, e anche lui la picchiava, ora è pentito, ma è tardi. Gli rimangono le visite dei figli e il lavoro: installa rilevatori di suoni in case e spazi pubblici. Ma più che i rumori e le voci sono i silenzi che opprimono le relazioni. Vorrebbe che i genitori, separati e incapaci di parlarsi, si riconciliassero, teme di perdere contatto con le persone amate e deve fare i conti con i ritmi imprevedibili della vita. La violenza è sottesa, evocata, si vede solo in un combattimento tra insetti, mentre le relazioni umane sembrano essere mascherate, come fanno in scena una coppia di attori - cantanti che dopo decenni di convivenza e amore sembrano avere smarrito ogni interesse reciproco. Il ristorante Le Bien brulica di persone che parlano a voce altissima, poco lontano si balla a ritmo techno, ma sono rumori di fondo che non riescono a scalfire il devastante silenzio interiore cui solo la natura sembra forse in grado di restituire senso.










