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di Niccolò Zancan

La Stampa, 4 giugno 2026

Il via vai dei furgoncini, i migranti stremati, le paghe da fame. Viaggio nelle terre gestite dai caporali: “Non parliamo, andate via”. Bevono birre da 66. Non parlano, stanno seduti sul marciapiede. Buttati a terra, divisi per nazionalità, aspettano un segnale. Ma il segnale tarda a arrivare. Alle tre di pomeriggio, i fantasmi dei campi sono tutti fuori. Alla luce del sole. Chiamarli invisibili è solo un altro modo per cancellarli dalla faccia dalla terra. Perché, in realtà, dopo aver lavorato, sono qui: Statale 106, all’altezza di Roseto Capo Spulico, fra la salumeria e il bar. Ci sono già due furgoni e due minivan nello spiazzo. Li vedi, li vedi eccome. Dentro quello azzurro, sei braccianti dormono distrutti dalla fatica.

È il momento di una pausa dopo la mattinata di lavoro. Gli autisti confabulano. Ma ecco un altro problema lessicale, chiamarli autisti è riduttivo: sono braccianti a loro volta, ma più inseriti. Gli unici che parlano un po’ di italiano. “Cosa vuoi? Nessuna domanda”, dice uno con un cappellino rosso. Loro sono i caporali, il tramite fra i padroni delle terre e questi braccianti che non sanno dire dove siano diretti. Lavori in Calabria o in Basilicata? “Loro mi portano, io vado”. Loro: quelli che vogliono essere pagati per il trasporto, che pretendono 150 euro d’affitto per un materasso buttato sul pavimento. Loro che guadagnano dal bisogno disperato di lavorare degli altri. Il 4 dicembre un minivan come questo si è schiantato contro un camion: sette posti, ma dentro c’erano dieci braccianti indiani e pakistani. Quattro sono morti. Ne hanno parlato in una commissione parlamentare, poi tutto è tornato come prima.

Ecco il segnale: un clacson insistente. Fine della pausa. È ora di andare. Questi braccianti vengono dalla zona di Corigliano, là stanno tornando. Ogni giorno partono prima dell’alba, viaggiano verso la piana del Mataponto dove andranno a raccogliere le fragole. Otto ore di lavoro, prima di tornare indietro. Ma alla partenza, come all’arrivo, come durante il viaggio, così come nelle serre, sono davanti agli occhi del mondo. Le stime ufficiali dell’Istat, sempre prudenti, dicono che qui in Calabria il 19,6 per cento dei braccianti sono lavoratori schiavi. Ogni dieci, due vengono sfruttati e pagati una miseria.

Era questa anche la vita dei quattro braccianti morti bruciati vivi, alle 14 del primo di giugno. Protestavano, chiedevano la paga. Per questo sono stati messi a tacere. I loro nomi, tre giorni dopo, dalle autorità non sono ancora stati ufficialmente divulgati, poche altre cose rendono meglio l’idea. Erano tre afgani e un pakistano, avevano vent’anni. “Parliamo di cadaveri carbonizzati, quindi si tratta di un’identificazione tecnicamente complicata”, dice il procuratore capo Alessandro D’Alessio. Ma non è soltanto questo. “Nessuno ha presentato una denuncia di scomparsa. E poi nessuno ci ha dato una mano per capire chi fossero, i cittadini in Calabria non collaborano. Non uno che ci abbia fornito delle indicazioni utili”. È questa solitudine totale il cuore della storia.

Tutto quello che si sa è grazie all’unico sopravvissuto, Taj Alamyar. Adesso è stato portato in un luogo protetto. Si sa che i suoi compagni di casa, a Villapiana in Calabria, lavoravano con lui nei campi di fragole del Metaponto in Basilicata. Di uno di loro, che dovrebbe chiamarsi Khan Wassem, c’è il tesserino identificativo dell’azienda agricola “Zuccarella”, numero 204. È lì, quindi, che bisogna andare a fare domande, a Scanzano Jonico. “Vorremmo parlare con Rocco Zuccarella”.

Il cancello elettrico si apre, il titolare dell’azienda agricola ci viene incontro: “Io sono il primo a essere molto triste e anche arrabbiatissimo per quello che è successo. Sono qui, a disposizione della magistratura, con la massima trasparenza”. Ha visto che i quattro braccianti assassinati lavoravano da lei? “Fino a undici giorni fa, quando abbiamo finito la raccolta delle fragole nelle serre. Dopo non è possibile che siano stati qui. Facciamo dei contratti a chiamata”. Conosceva i caporali? “Erano tutte persone in regola, a cui abbiamo fatto la visita medica, fatto firmare un contratto e dato una paga giornaliera superiore a quella prevista per legge, che dovrebbe essere di 48 euro mentre qui è di 50. Noi paghiamo ogni singolo lavoratore con bonifici”.

Come si spiega il fatto che i lavoratori chiedevano i soldi? “Il nostro giorno di paga è il 12 del mese. Quindi, magari, erano in attesa del pagamento di maggio. Oppure, negli ultimi giorni sono finiti a lavorare in altri posti, dove hanno trovato una situazione diversa”. Ancora: si era accorto dei caporali? “Io non posso sapere cosa c’è dietro alla vita delle persone che arrivano qui”.

C’è tutto in queste terre, modernità e arretratezza. Ma su duemila aziende agricole della Basilicata, solo 90 hanno aderito alla “Rete del lavoro agricolo di qualità”. E poi c’è lo sfruttamento intorno al lavoro, quello che riguarda vitto e alloggio. “I braccianti dormono nei garage, oppure nei casolari abbandonati, alcuni sotto al ponte ferroviario” spiega Pino Passerelli presidente dell’associazione “Tutti migranti” di Metaponto.

“Verso le 5.30 sono vicino alla farmacia o alla stazione, i caporali vengono a prenderli e se li portano in campagna. Non hanno posti per dormire, questo è il problema. Non sono tanti. Basterebbe un po’ di volontà politica. E invece, siccome vanno bene solo per lavorare e poi devono sparire e tornare fantasmi, nessuno pensa di trovare dei posti al sicuro per loro, delle case, dei centri, un luogo dove farli dormire”. Il libro di Alessandro Leogrande intitolato “Uomini e caporali” racconta fatti del 2005. Sono passati più di vent’anni e siamo ancora qui a ripetere le stesse cose.