di Niccolò Carratelli
La Stampa, 8 agosto 2023
De Angelis precisa: solo mie opinioni. FdI lo salva e lui non si dimette. Rocca: Meloni non era felice. La Russa: non tacere sulla verità giudiziaria. Un altro post su Facebook, questa volte di scuse e precisazioni contrite, per provare a spegnere le polemiche e a conservare il suo posto alla Regione Lazio. Marcello De Angelis, dopo un’energica moral suasion partita dai vertici di Fratelli d’Italia, rinuncia al proposito di “finire sul rogo come Giordano Bruno” pur di rivendicare la sua teoria revisionista sulla strage di Bologna. E accetta, invece, di rivedere la sua posizione: quella che due giorni fa era “certezza” diventa “dubbio”.
L’attacco diretto a Sergio Mattarella e alle massime autorità dello Stato, che “conculcano la verità”, viene archiviato sottolineando “il massimo rispetto per tutte le cariche dello Stato, prima tra tutte per la Presidenza della nostra repubblica”. Insomma, prima di incontrare in serata il presidente del Lazio, Francesco Rocca, che resiste alle richieste delle opposizioni di revocargli l’incarico di responsabile della sua comunicazione istituzionale, De Angelis crea le condizioni per essere salvato. È quello che chiede Giorgia Meloni per non vedersi costretta a sacrificarlo, considerata la sua lunga militanza nella (estrema) destra romana e i legami personali (la premier è stata fidanzata con il fratello di De Angelis), ma, soprattutto, ben sapendo che quello che lui ha esplicitato in modo scomposto è un pensiero ampiamente condiviso tra i Fratelli d’Italia e nello zoccolo duro dei loro elettori. “Meloni non era felice e mi ha chiesto di chiarire - conferma lo stesso Rocca - De Angelis ha commesso un errore importante parlando in termini di certezza, anche se a titolo personale”. Che la premier non sia contenta lo dimostra anche la reazione stizzita del ministro Francesco Lollobrigida, in conferenza stampa al termine del Cdm, interpellato sulla vicenda: “Non ne abbiamo parlato”.
La linea, comunque, è chiara: puntare sul fatto che il suo ruolo non sia politico, ma tecnico, “un lavoratore e non un rappresentante del popolo - ragionano dentro Fratelli d’Italia - e un lavoratore mai può rischiare il licenziamento per le sue idee, per quanto possano non essere gradite”. Lavoratore assunto su mandato fiduciario e non attraverso un concorso pubblico, vale la pena precisare. Meglio buttarla sui sentimenti e spiegare, come fa De Angelis nel suo post riparatore, che a metterlo nei guai è stata l’”enfasi di un testo non ponderato, ma scritto di getto sulla spinta di una sofferenza interiore, che non passa ed è stata rinfocolata in questi mesi - spiega -. Purtroppo, sono intervenuto su una vicenda che mi ha colpito personalmente, attraverso il tentativo, fallito, di indicare mio fratello, già morto, come esecutore della strage. Questo episodio mi ha portato ad assumere un atteggiamento guardingo nei confronti del modo in cui sono state condotte le indagini”. Se due giorni fa il guardingo De Angelis sosteneva di sapere “con certezza” che Mambro, Fioravanti e Ciavardini (condannati in via definitiva come esecutori materiali della strage) fossero innocenti, adesso ammette che “l’unica mia certezza è il dubbio” ed esprime “le mie profonde scuse nei confronti di chi io possa aver anche solo turbato esprimendo le mie opinioni e tutte le persone a cui ho provocato disagi”. Se qualche dubbio resta sulla spontaneità delle scuse, è probabile che il testo sia stato esaminato anche a Palazzo Chigi prima della sua pubblicazione. Non a caso, verso la fine De Angelis ricorda che “l’attuale governo ha desecretato gli atti riguardanti il tragico periodo nel quale si colloca la strage del 2 agosto 1980: mi auguro che l’attento esame dei documenti oggi a disposizione permetta di confermare, completare e arricchire le sentenze già emesse o anche fare luce su aspetti che, a detta di tutti, restano ancora oscuri”. Esattamente quello dicono Meloni e i suoi, omettendo puntualmente ogni riferimento alla “matrice neofascista” della strage. Citata, invece, la scorsa settimana, da Ignazio La Russa, ritrovatosi bersaglio di De Angelis per aver “rinnegato la verità per salvarsi dai leoni”. Il presidente del Senato è stato tra quelli che hanno spinto per una marcia indietro del collaboratore di Rocca e si limita a richiamare il suo intervento nell’aula di Palazzo Madama: “Credo fossero esaustive le mie parole sia sul dovere del presidente di tutti i senatori di non tacere su una risultanza oggettiva (“ la verità giudiziaria”), sia sul sollecitare ulteriori desecretazioni per fugare ombre e dubbi che tuttora persistono”.
Se la destra cerca di chiudere così il caso, da sinistra non mollano: le opposizioni in Consiglio regionale chiedono la convocazione di una seduta straordinaria per discutere della vicenda. Dal Pd Sandro Ruotolo insiste con la richiesta di dimissioni, perché “le scuse di De Angelis non cancellano il suo post revisionista”. Mentre il capogruppo M5s alla Camera, Francesco Silvestri, sottolinea che “noi uno così lo avremmo buttato fuori a calci nel sedere. Il problema è che la destra ha paura di fare pulizia di questi personaggi al suo interno”.










