di Benedetta Tobagi
La Repubblica, 7 aprile 2022
Il verdetto sull’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione porta un po’ più di luce negli angoli bui di questo nostro Stato. La condanna di tutti e tre gli imputati nel cosiddetto “processo ai mandanti” per la strage di Bologna è un risultato importante della fatica di Sisifo della giustizia. A partire dalla mole di documenti raccolti dall’associazione delle vittime, contribuisce infatti a chiarire e ampliare il quadro mostruoso di connivenze, depistaggi e abusi di potere intorno alla strage di Bologna, oltre a confermare gli esiti dei giudizi precedenti.
L’ergastolo a Paolo Bellini si incastra senza attriti nel mosaico delle responsabilità già accertate. Con i Nar hanno operato diverse “etichette” della destra eversiva dell’epoca, da Terza Posizione a schegge della disciolta Avanguardia Nazionale, in cui aveva militato appunto Bellini, in osmosi tra loro e in contatto con la vecchia guardia di Ordine nuovo.
Tutti questi soggetti erano variamente legati ai servizi segreti (a cominciare da Fioravanti: molte testimonianze raccolte contestano ulteriormente la presunta “purezza” da lui sempre rivendicata). L’amministratore di immobili Domenico Catracchia (fiduciario e amico di Vincenzo Parisi, vice e poi capo del Sisde) ha avuto una condanna pesante proprio per aver mentito riguardo all’appartamento affittato, come covo, ai Nar, nell’immobile in odor di servizi di via Gradoli 96, a Roma.
La ricostruzione delle protezioni di cui ha beneficiato Bellini è impressionante, dall’inchiesta sull’omicidio del militante di sinistra Alceste Campanile nel ‘75, ostacolata per anni da “disinvolte menzogne e depistaggi” (finché il killer non confessa), ai rapporti col procuratore capo di Bologna Ugo Sisti (che contribuì a dirottare l’inchiesta sulla strage su una presunta pista internazionale), fino agli anni Novanta delle stragi mafiose.
Poi ci sono i mandanti. Penalmente non c’è nulla da fare perché i protagonisti sono tutti morti, però la pubblica accusa ritiene ormai storicamente provato che la strage è stata finanziata dal vertice della P2 (dalla minuziosa ricostruzione dei flussi di denaro è risultato peraltro che il Nar Gilberto Cavallini, detto “il ragioniere”, aveva ingenti disponibilità finanziarie, come Bellini).
Il “livello superiore” di Gelli innervava le forze di sicurezza, i centri del potere economico e le amministrazioni dello Stato. Era dunque in grado di fare pressioni ai massimi livelli, come dimostra il “documento artigli” del 1987, contenente minacce non troppo velate a indirizzo del Viminale, se mai si fossero poste a Gelli domande scomode sui flussi finanziari ricostruiti in questo processo. Non emerse nulla. Il Venerabile è morto in serenità a casa propria, come auspicava il papello ricattatorio.
La condanna per depistaggio di Piergiorgio Segatel, all’epoca Carabiniere del gruppo investigativo di Genova (il coimputato Quintino Spella, responsabile del centro di controspionaggio Sisde di Padova, è morto prima dell’inizio del processo), si inserisce in un quadro da far gelare il sangue, in cui pure è protagonista la P2.
Il più grave attentato della storia d’Italia era stato preannunciato da un uomo legato alla destra eversiva; prima della bomba, la confidenza è di fatto “insabbiata”; dopo, i servizi segreti depistano le indagini in tutt’altra direzione, rispetto alle informazioni disponibili.
Come la recente sentenza sul caso Cucchi, anche questo verdetto porta un po’ più di luce negli angoli bui di questo nostro Stato. Far chiarezza sugli abusi è uno dei meccanismi fondamentali per migliorare lo stato di salute di una democrazia. In questo senso, il rinvio alla Procura per ulteriori indagini di alcune testimonianze assai delicate (le ipotesi di reato sono depistaggio e falsa testimonianza) fa ben sperare.










