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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 25 aprile 2026

I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso, senza legittimare alcuna tesi. E la procura è intervenuta per smentire le ricostruzioni dei giornali. Ogni volta che viene depositata una sentenza, un’ordinanza, un provvedimento di qualsiasi tipo legato alle stragi del 1992, si scatena lo stesso meccanismo. Qualcuno legge il dispositivo, decide di non capirlo, e parte la corsa alla diffusione. Questa volta tocca alla Cassazione e al suo rigetto del ricorso presentato dalla procura di Caltanissetta contro l’ordinanza della gip Luparello.

Da giorni giornali, influencer, esponenti politici raccontano che la Cassazione avrebbe “legittimato la pista nera”, che i giudici supremi avrebbero ordinato di indagare sui neofascisti per Capaci e Via d’Amelio. I commissari dem in Antimafia - in prima fila il democratico Walter Verini che purtroppo, ancora una volta, denota poca conoscenza della mafia di Totò Riina - si congratulano: “Si dovrà ancora indagare sulle connessioni tra le piste nere e le stragi degli anni Novanta”. Si definisce “buona notizia” il rigetto del ricorso, come se la Corte avesse emesso un giudizio di merito sul tema. Non ha emesso nulla del genere. Si gioca sull’ignoranza e su un fanatismo che in certi ambienti rasenta il religioso.

La realtà della decisione è molto più semplice di come viene raccontata. La Cassazione, su conforme richiesta della procura generale, ha dichiarato inammissibile il ricorso della procura di Caltanissetta. Punto. Il ricorso era stato presentato perché la procura riteneva che l’ordinanza della gip fosse un atto abnorme: era stata emessa su vicende già valutate da un altro giudice dello stesso tribunale, il gip Santi Bologna, che le aveva già giudicate prive di fondamento. In sostanza, la procura sosteneva che si stava creando una duplicazione del procedimento. La Cassazione ha risposto che il codice di procedura penale lo consente. Nient’altro. La Corte non ha espresso opinioni nel merito, non ha detto che la pista esiste.

Il ricorso respinto - Non è una questione di merito. La Corte non si è pronunciata sulla fondatezza della pista neofascista. Non ha detto che Stefano Delle Chiaie ha rimediato l’esplosivo per Capaci. Non ha detto che la destra eversiva c’entra qualcosa con Via d’Amelio. Chi legge quella decisione come un avallo della “pista nera” capisce quello che vuole capire, non quello che c’è scritto. Ragionando per assurdo: se la gip Luparello avesse chiesto di indagare sulla responsabilità degli alieni, magari basandosi su una dichiarazione di qualche pentito, e la procura avesse fatto ricorso contro quella decisione perché già valutata da altro gip, la Cassazione avrebbe rigettato il ricorso nello stesso identico modo. Non per questo avrebbe avallato la tesi degli alieni. Bisogna essere seri, anche quando fa comodo non esserlo.

L’ordinanza della gip Luparello è formalmente legittima, e nessuno lo mette in discussione. Il problema è che dentro ci sta un po’ tutto: stragi, omicidi eccellenti, suggestioni, fatti di epoche diverse, richiami a episodi che si sovrappongono senza necessariamente connettersi. Un esempio tra i tanti: la storia dei file nel computer nell’ufficio di Giovanni Falcone al ministero si regge quasi interamente sul racconto di Gioacchino Genchi, con passaggi mancanti che portano a ricostruzioni carenti dove ad esempio si tralascia il fatto che i diari (contenenti nei floppy disk) erano stati recuperati dalla criminalpool e dopo un passaggio nella procura di Palermo inviati all’allora procuratore nisseno Celesti. Poi il buio.

Ma c’è un punto ancora più delicato. La gip era chiamata a valutare se la pista Delle Chiaie fosse legittima da esplorare. Il fondamento principale di quella pista è la testimonianza di Alberto Lo Cicero. Eppure nell’ordinanza non si trova traccia di una risposta seria alla demolizione capillare che l’avvocato Fabio Trizzino, parte civile dei figli di Paolo Borsellino, ha costruito sull’attendibilità di quel collaboratore. E ciò pesa molto, perché scegliere di non confrontarsi con le obiezioni più forti non le fa semplicemente sparire.

Il pentito che non sapeva nulla - Lo Cicero è una figura che non regge all’esame dei verbali ufficiali. Inizia a collaborare il 24 luglio 1992. In ventidue verbali stilati dalla procura parla di tutto, ma quando si arriva alla strage di Capaci il vuoto è totale. Non indica gli autori materiali, non racconta le fasi preparatorie, non conosce le dinamiche esecutive. Antonino Troia, figura centrale nella strage, quella che individua il cunicolo, che coordina il trasporto dell’esplosivo, che custodisce gli apparati radio e viene condannato all’ergastolo con sentenza definitiva: Lo Cicero non ne fa mai il nome in relazione a Capaci. Mai.

Lo stesso Gioè, intercettato in via Ughetti, sentendo parlare di Lo Cicero chiese “chi è sto Lo Cicero?”, come se parlasse di uno sconosciuto. Non lo vedevano come un insider della strage. La sentenza 434/1995 smentisce clamorosamente la sua affiliazione a Cosa Nostra, che lui invece rivendicava in più occasioni. Lo Cicero era stato scaricato dal boss Troia nel 1986 dopo la scoperta di un cognato poliziotto. Come poteva raccontare dettagli di un’organizzazione che lo aveva escluso sei anni prima dell’attentato? Non poteva. E, nei fatti, non racconta nulla di rilevante. Le parole su Delle Chiaie arrivano anni dopo, in contesti singolari.

I commissari del Partito democratico accolgono il rigetto della Cassazione come un segnale che “la sola pista mafia-appalti non sia per niente sufficiente a motivare Via d’Amelio”. Questa è la parte più imbarazzante della nota. Mafia-appalti è un filone che ha una pezza d’appoggio documentale di proporzioni enormi. Paolo Borsellino stesso lo aveva indicato come uno dei moventi principali della strage di Capaci e di una serie di omicidi eccellenti, dal maresciallo Guazzelli a Salvo Lima. Tutto documentato. Minimizzare questa pista per esaltarne un’altra che si regge su un collaboratore inattendibile, su una donna attualmente sotto processo per falsa testimonianza, su colloqui investigativi senza valore probatorio condotti con metodi suggestivi: questa è la scelta che viene fatta. Mancando di rispetto, tra l’altro, alla memoria dello stesso Borsellino, che di quella pista era convinto.

C’è un documento del 1974 che i commissari dem farebbero bene a rileggere. Si tratta del resoconto di una seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Achille Occhetto, allora segretario regionale del Partito comunista per la Sicilia, aveva introdotto il tema del rapporto tra mafia e trame nere. A rispondergli fu Cesare Terranova, anche lui del Partito comunista, magistrato che qualche anno dopo sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra. Terranova disse che quell’accostamento gli sembrava “un po’ pericoloso”. Spiegava che portare avanti questa tesi senza riscontri obiettivi e solidi rischiava di “annacquare” la comprensione del fenomeno mafioso, di perdere di mira il problema centrale, di indebolire i rimedi necessari. Parole pronunciate cinquant’anni fa che suonano più fresche di qualsiasi comunicato politico odierno.

Terranova e Occhetto erano persone di un livello che oggi manca quasi del tutto nel dibattito pubblico sulle stragi. Anche quando dissentivano, ragionavano con la documentazione in mano e la lucidità di chi capisce le conseguenze di un’analisi sbagliata. Era un dibattito alto. Quello che accade oggi è diverso. La decisione della Cassazione viene letta al contrario, la pista nera viene presentata come legittimata da chi non l’ha legittimata, il collaboratore meno credibile diventa la chiave di una narrazione che si ripropone ad ogni occasione utile. Il risultato è che si continua a gettare fumo sulle stragi, a tutto vantaggio di chi ha interesse che la verità non emerga mai del tutto. La risposta sulle stragi non sta in Delle Chiaie. Sta nei documenti che Borsellino aveva tra le mani. Ma continuano a snobbarlo.

A fugare ogni dubbio la procura di Caltanissetta, che attraverso un comunicato ha stoppato le polemiche apparse sui giornali, definendole prive di fondamento. La procura ha evidenziato che tutte le piste, ancora da vagliare, rimangono aperte e ci ha tenuto a sottolineare che mafia-appalti è stata una indagine scomoda, avendo toccato fatti non esplorati in 30 anni.