di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 31 ottobre 2025
Festival della Migrazione, dieci anni di campagne. Il presidente Edoardo Patriarca e le priorità attuali: “Le battaglie per i diritti dei migranti misurano qualità e tenuta della democrazia e dello stato di diritto, di cui oggi assistiamo a una lenta erosione indotta dall’ideologia del “governo forte” che vorrebbe ridurre all’irrilevanza le autorità sovranazionali, avere una magistratura sempre allineata e Parlamenti ridotti a passa carte sotto dettatura”.
Primo?
“Raccontarla giusta, finiamola con la propaganda e la balla dell’invasione”.
E poi?
“Cittadinanza. Oltre il 10 per cento dei bambini che oggi vanno a scuola in Italia è formalmente senza una patria: si può accettare?”.
E poi?
“Lavoro. La Bossi-Fini sui flussi è un bluff da cambiare”.
E poi?
“Minori non accompagnati: il taglio dei fondi è una follia, per non dir peggio”.
Sarebbe ancora lunga la lista dei “poi”. Infatti è stata tradotta - e appena aggiornata - in una “Agenda” vera e propria. Non di critiche ma di cose da fare. E se volete farvene un’idea completa il posto giusto è anche quest’anno il Festival della Migrazione, iniziato sei giorni fa e tuttora in corso fino al 31 ottobre, con un programma che in questa decima edizione abbraccia non solo Modena dove era nato ma una dozzina di città in tre regioni, da Rovigo a Bologna e da Firenze a Milano. Il presidente Edoardo Patriarca, a cui si devono le risposte qui sopra, è lo stesso che ne aveva introdotto i lavori senza girarci intorno: “Le battaglie per i diritti dei migranti misurano qualità e tenuta della democrazia e dello stato di diritto, di cui oggi assistiamo a una lenta erosione indotta dall’ideologia del “governo forte” che vorrebbe ridurre all’irrilevanza le autorità sovranazionali, avere una magistratura sempre allineata e Parlamenti ridotti a passa carte sotto dettatura”.
Dieci anni: oggi è peggio?
“Che il tema delle migrazioni fosse divisivo lo sapevamo fin dall’inizio. Che sarebbe diventato questione centrale nel mondo lo dicevamo dieci anni fa e la storia dice che avevamo ragione. Per il resto in questo decennio abbiamo visto passare più governi, di colore diverso, e non abbiamo notato grandi differenze di attenzione sul punto. Certo, oggi registriamo un arretramento ulteriore e non solo in Italia, penso alla parola rimpatri divenuta parte del normale lessico europeo. Ma questo è dovuto anche a chi non ha fatto niente prima”.
Sul tema del “fare” avete proposto un’Agenda: da dove si comincia?
“Intanto ricordo che la nostra Agenda è nata nel 2023. Ora l’abbiamo aggiornata e la presenteremo ufficialmente dopo il Festival, in una sede istituzionale a Roma. Ma il punto di partenza è sempre lo stesso, casomai diventato solo più urgente: dire la verità, ripeto, e uscire dalla falsità della narrazione corrente”.
E qual è la verità?
“Oggi gli stranieri in Italia sono solo il 5 per cento della popolazione a fronte di una natalità crollata, di un Paese sempre più vecchio, di 100 mila giovani che ogni due anni se ne vanno. L’Italia di una volta è finita: voler trattare questa realtà solo da un punto di vista securitario è non solo un errore ma un inganno”.
Altre battaglie?
“Continuare quella sulla cittadinanza, nonostante il referendum perduto. Mobilitare associazionismo, sindacati e giovani affinché i migranti possano far parte della vita attiva del Paese. Magari coinvolgendoli nel servizio civile”.
E il lavoro?
“È un altro tema capitale. I meccanismi attuali di ingresso sono impossibili da mettere in atto e di fatto incentivano l’illegalità. Quindi vanno cambiati. È il mondo imprenditoriale a dirci che presto in Italia mancheranno 7-8 milioni di lavoratori: allora anche le imprese devono essere in prima fila a chiedere che le persone possano arrivare in modo regolare. Dopodiché le persone non sono solo forza-lavoro ma appunto persone: a cui serve una casa, ricongiungimento con le famiglie, libertà religiosa e culturale”.
Ma l’identità italiana?
“Ci mancherebbe. Ma è nell’incontro e nel confronto, non nella chiusura, che si mantiene il valore di una cultura”.
Un motivo di speranza?
“I giovani. Le seconde generazioni. Già italiani di fatto. Il punto è che lo Stato dovrebbe pensare soprattutto a quelli appena arrivati, quei 20 mila minori non accompagnati, altro che tagliare fondi a chi li accoglie. Ma avete presente quanta energia deve avere in corpo un dodicenne per sfidare la morte pur di arrivare qui? Come si fa a considerarlo un invasore anziché una risorsa?”.











