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di Luigi Manconi


La Repubblica, 5 giugno 2021

 

Il caso della ragazza pakistana scomparsa. La vicenda della diciottenne pakistana, Saman Abbas, presumibilmente rapita (forse uccisa) dai propri familiari perché voleva sottrarsi a un matrimonio forzato, solleva una questione enorme. E ci parla di una vera e propria "lotta di classe" a carattere generazionale, all'interno della popolazione straniera residente in Italia.

Un conflitto che vede contrapposte le seconde generazioni (circa un milione di giovani), alle tradizioni patriarcali e integraliste, spesso dominanti nelle proprie famiglie; e che porta tanti ragazzi e ragazze a percorrere la strada dell'affermazione dei propri diritti e della piena inclusione nel sistema di cittadinanza. Ma la storia di Saman ci dice quanto possa essere faticosa e dolorosa l'integrazione - il termine è imperfetto ma è l'unico disponibile - degli stranieri, all'interno del nostro ordinamento giuridico e del nostro sistema culturale e sociale; e nella accettazione delle leggi dello Stato di diritto e dei valori su cui si fonda.

In termini generali, c'è poco da aggiungere: i principi della Costituzione italiana e i diritti universali della persona valgono per tutti. Dunque, chi non rispetta la parità tra maschi e femmine all'interno della famiglia, nella formazione scolastica e lavorativa e nelle scelte affettive, sessuali, coniugali, commette reato e va sanzionato. Ancor più quando si attenti a quel diritto umano fondamentale che è l'integrità fisica e psichica: come è nel caso della pratica - prima culturale che religiosa - delle mutilazioni genitali femminili.

Rispetto a tutto ciò, qualsiasi interpretazione in termini di relativismo culturale e di tutela delle "culture altre", non è solo un grave errore, è una mascalzonata sottilmente razzista: in quanto muove dal presupposto che vi siano determinati individui, gruppi o etnie non meritevoli della protezione dei diritti universali. Perché, dunque, la vicenda di Saman è stata sottovalutata da parte di media e opinione pubblica? Non certo a causa della presunta sudditanza psicologica della sinistra verso l'Islam o di un riflesso condizionato politicamente corretto che indurrebbe a un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto ciò che riguarda l'immigrazione.

Né tantomeno (si è sentita anche questa), a motivo di un calcolo elettoralistico: in Italia, gli stranieri titolari di cittadinanza, e conseguente diritto di voto, sono oltre due milioni. E, dai dati disponibili, emerge che le loro opzioni politiche si collocano lungo l'asse destra - sinistra, in percentuali sostanzialmente sovrapponibili a quelle degli altri italiani.

Vale la pena ricordare che, in passato, il leader politico che riscuoteva maggiori consensi tra gli stranieri, era Silvio Berlusconi: e proprio per i valori trasmessi dal suo messaggio politico (famiglia, tradizione, religione, ascesa sociale, successo...). Dunque, una lettura politicistica appare totalmente infondata. Ciò che pesa è piuttosto il fatto che le relazioni all'interno delle comunità e delle famiglie di stranieri, sembrano appartenere a mondi lontani e inaccessibili, dai quali difenderci e comunque prendere le distanze. Dietro, c'è un'idea di società rigorosamente ripartita per nicchie distinte e autonome. La sola preoccupazione è che non minaccino la nostra sicurezza e i nostri beni, ma su cosa accada al loro interno la rimozione è la scelta, degli individui e delle istituzioni, meno ansiogena e più tranquillizzante.

Ne consegue la difficoltà di un confronto ravvicinato - anche aspro e conflittuale - tra differenti culture e sistemi di valori. Il che alimenta la separatezza di quelle comunità e di quelle famiglie, al cui interno è più facile che si perpetuino rapporti di potere arcaici. Nella vicenda di Saman, per la verità, le istituzioni pubbliche si sono mosse, ma nella tensione tra due progetti di vita (quello della diciottenne e quello dei suoi genitori), ha finito col prevalere, in ragione della violenza esercitata, l'ordine della tradizione più cupa.

Non accade sempre così, la sorte di Saman non è unica ma non è nemmeno generalizzabile. La gran parte dei giovani stranieri tende a rassomigliare ai nostri figli e non solo nei costumi e nei consumi: anche nella consapevolezza dei propri diritti. La consigliera comunale di Reggio Emilia, Marwa Mahmoud, a proposito della vicenda di Saman, pronuncia parole sagge, e altrettanto fanno le non poche giovani musulmane elette nelle assemblee rappresentative locali. E va sottolineato che l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia (Ucoii), si è espressa nettamente (e non è la prima volta) contro i matrimoni forzati e l'infibulazione femminile.

Lo Stato deve fare la sua parte: "Non investiamo abbastanza nella mediazione sociale e culturale", ha scritto il sociologo Maurizio Ambrosini (Avvenire del 2 giugno scorso), e molto possono fare gli italiani che nelle scuole, nei posti di lavoro, nei condomini, devono condurre una loro quotidiana battaglia culturale, ragionevole e rispettosa, senza alcuna tracotanza e senza alcuna soggezione. Ne verrà incentivata la convivenza pacifica tra stili di vita e sistemi morali destinati comunque a coabitare.