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di Mara Rodella


Corriere della Sera, 19 dicembre 2021

 

Decisione epocale del tribunale di Sorveglianza di Brescia, che ha concesso una misura alternativa di detenzione all'estero, in Belgio, nel paese dove vive con famiglia e lavora il condannato che aveva da scontare una pena residua di due anni e mezzo.

Una decisione che gli avvocati definiscono "epocale". Di sicuro, senza precedenti. È quella che porta la firma del Tribunale di Sorveglianza di Brescia (presidente Ezia Gardoni, relatore Rosella Gangi), primo in Italia a concedere - in virtù del decreto legislativo numero 38 del 2016 - che un condannato straniero possa eseguire la misura alternativa alla detenzione all'estero, nel Paese in cui vive. Protagonista di questo caso è un cittadino belga di 58 anni, una famiglia e un lavoro a tempo indeterminato. A processo per traffico di droga libero è tornato in patria, la sua condanna è diventata definitiva. Portando con sé l'ordine di esecuzione per la carcerazione (emesso nel 2018 e sospeso): da scontare, la pena residua di due anni, sei mesi e otto giorni.

Con una memoria i difensori, gli avvocati Alexandro Maria Tirelli e Federica Tartara, dello studio International Lawyers Associates di Milano, hanno evidenziato come il loro assistito sia ormai "da anni radicato in Belgio, dove ha residenza e impiego stabili" e richiamando il decreto (che a sua volta ha dato esecuzione a una decisione del Consiglio Europeo nel 2008, "volto a estendere agli stati dell'Ue il reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie relative all'esecuzione delle pene non restrittive della libertà personale"), oltre che una sentenza della Suprema Corte del 2019, hanno evidenziato la possibilità, per il condannato straniero residente all'estero, di "espiare la misura alternativa alla detenzione per paese in cui siano radicati i propri interessi economici e gli affetti famigliari". Ricorso accolto. Per il Collegio bresciano, previo parere del sostituto pg Cristina Bertotti, "ricorrono le condizioni di legittimità e merito per l'accoglimento dell'istanza di affidamento in prova ai sevizi sociali da eseguire in Belgio". A tal fine trova applicazione, appunto, il decreto 38 del 2016, sulla scia della decisione del Consiglio Europeo. Un orientamento del resto già "sancito" anche dalla Cassazione, nonostante, spiega l'avvocato Tirelli, le precedenti tredici richieste avanzate dai colleghi (e quattro da lui) siano state "valutate dai tribunali alla stregua del fanta-diritto". Tutte rigettate, tranne una. Questa.

Il condannato in questione ha precedenti datati e nessuna pendenza in Belgio. "Si aggiungono - scrivono i giudici - le notizie positive fornite dalle forze dell'ordine in Belgio, investite della richiesta per mezzo del Dipartimento degli Affari di Giustizia, che hanno rappresentato la sussistenza di un domicilio adatto per la fruizione della misura e la disponibilità di una valida attività lavorativa". Nulla osta, quindi, all'accoglimento della domanda di affidamento in prova ai servizi sociali.

In questa partita, spiega l'avvocato Tirelli, un ruolo importantissimo l'ha giocato anche il procuratore generale Guido Rispoli, che "facendosi parte attiva si è interessato alla vicenda e ha contattato la magistratura belga affinché procedesse con le verifiche del caso. Brescia si è dimostrata innovativa, segnando una rivoluzione in grado di creare un precedente giudiziario che tratteggia un prima e un dopo. Da parte mia, un encomio alla magistratura lombarda che oggi si sta indubbiamente dimostrando tra le più illuminate, consentendo l'ammodernamento dell'ordinamento giudiziario". In calce alla sentenza, l'elenco di tutte le prescrizioni che il condannato dovrà osservare, affinché questa misura sia garantita nel tempo.