sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Mattia Feltri

La Stampa, 28 marzo 2026

Non molti ricorderanno del giorno in cui fu depositata in Parlamento una proposta di legge “a tutela della salute pubblica”, e “per sviluppare la socialità tra i cittadini”, con l’istituzione del “silenzio tv”. Ogni sabato, se la proposta fosse stata accolta, le emittenti avrebbero sospeso le trasmissioni e gli inosservanti sarebbero stati puniti con l’oscuramento per una settimana. Non era la proposta di legge di due deputati balzani, ma un’iniziativa bipartisan firmata da Adriana Poli Bortone dell’Msi e da Michele Boato dei Verdi, da Luigi Grillo della Dc e da Francesco Forleo del Pci, per il totale di una ventina di sottoscrittori. C’era anche il grande Gino Paoli, nell’unica sua esperienza parlamentare, da indipendente comunista. Era il 1988, la legislatura era cominciata un anno prima e si sarebbe conclusa all’alba di Mani pulite.

Questo drappello di custodi del benessere nazionale dichiarò “ormai dimostrato che la televisione provoca danni fisici alla vista, aritmie cardiache, emicranie, assorbimento di raggi X, di cui non si conoscono i danni reali, ma soprattutto danni psichici in particolar modo sui bambini”. Basta aggiornare un po’ il lessico, adeguare la diagnosi al mondo digitale, sostituire la parola televisione con la parola social, e trentotto anni dopo ci ritroviamo sempre lì, terrorizzati davanti all’ignoto (per quanto potesse essere ignota la tv allora e lo siano i social oggi), vagamente stregoneschi, illusi di cambiare il mondo vietando quello che non ci piace.

La proposta di legge del 1988 sembra la satira del 2026: “Che la Tv rovina i bambini non si stancano di ripeterlo psicologi e sociologi, e riscontrano sui piccoli pazienti incubi, ansie e forti tensioni emotive”. Ancora ieri mattina, il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, commentando la tragedia della professoressa accoltellata dal ragazzino in provincia di Bergamo, si appellava, come fa da anni, ai “numerosi studi” che suggeriscono non soltanto di proibire l’uso degli smartphone a scuola, ma anche di proibire agli adolescenti l’accesso ai social. Le parole di Valditara: “L’influenza dei social può essere devastante per la violenza che contengono e che propagano a ragazzi che non hanno ancora la maturità necessaria per gestire le insidie di questi mezzi (…) c’è una diffusione di violenza online che non ha precedenti”. Le parole della proposta di legge dell’88: “Guardare molte ore alla settimana la televisione porta ad alterare l’equilibrio tra realtà e irrealtà nella vita dei bambini e dei ragazzi. Ed essi vedono una quantità enorme di violenza alla tv e così nascono i casi di ragazzi che non sentono alcun rimorso, privi di sensi di colpa e di rispetto per la vita”.

Proprio in queste ore si è diffusa la notizia della sentenza con cui a Los Angeles si condannano i social di Mark Zuckerberg, e non solo, a pagare i danni a una ragazza per la dipendenza sviluppata stando ore al giorno su Instagram e Facebook. Si immagina che degli esperti abbiamo convinto la giuria a equiparare la dipendenza da social con quella da tabacco o da droga, sebbene gli studi siano tuttora controversi. E molto somiglianti a quelli che armarono i nostri legislatori dell’altro secolo: “La tv diventa una droga di cui non si può più fare a meno. La soluzione non è creare cliniche psicologiche per l’infanzia teledipendente come accade a Chicago (l’America continua a ispirarci, ndr), ma spegnere la televisione”.

Nel 1988 non esisteva il diabolico algoritmo. Ovvero quel mostriciattolo sequenziale capace di rifilarci un post e un video dietro l’altro, sempre al gusto del nostro palato, perché ci risulti impossibile staccarci dallo smartphone, ne diventiamo schiavi, ingoiamo la pubblicità a palate, per ore e ore perché - insegna l’arguzia momento - se non stai pagando per un prodotto allora il prodotto sei tu. Che poi sarebbe lo spirito del mercato: venderti oggi qualcosa che comprerai anche domani. Ma non la voglio fare troppo semplice. Voglio sottoporvi invece gli “stregoni da favola”, ossia gli algoritmi della nostra favolosa proposta di legge: “Un noto pubblicista americano ha scritto che tramite la tv vengono fatti giungere nei cervelli della gente messaggi comportamentali e così, al pari di certi stregoni da favola, è possibile indurre la gente a fare quanto altrimenti non avrebbe mai potuto pensare di dover fare. Non a caso la televisione è finanziata praticamente dalla pubblicità (…) e la pubblicità esprime un rapporto di potere (…). E a che fine? Perché la gente compri qualcosa!”.

Prima del gran finale, può essere interessante un intermezzo sui ragazzi che si informano sui social e dunque non sanno più niente, si lasciano infinocchiare dalle più volgari fake news, travolti da un eccesso di informazione incontrollata, e cioè indotti e pensare come fa comodo ai monarchi delle Big Tech. Di nuovo, dal 1988: “E non si fa neppure corretta informazione, talora si fa eccesso di informazione. La popolazione viene travolta da versioni contraddittorie di eventi sempre più complessi e alla fine si arrende. La marea di informazioni (…) concentra l’informazione nelle mani di un’élite tecnico-scientifica-industriale”.

Quasi tutte le analisi sui social contenute in questo articolo sono diventate popolari con Jonathan Haidt, psicologo americano di grande fama, molto stimato anche dai colleghi (sebbene qualcuno sospetti che ultimamente diffonda poca scienza e molte suggestioni). Il suo penultimo libro - in Italia pubblicato da Rizzoli, La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli - ha fatto il giro del mondo e ispirato leggi proibizioniste già approvate o allo studio in una dozzina abbondante di paesi: niente social a bambini e ragazzini. Ora Haidt ne ha pubblicato un altro (in Italia sempre con Rizzoli, La generazione fantastica), su come i nostri ragazzi torneranno a essere felici se sapranno ribellarsi “alle aziende informatiche”, al dominio di quelli che Haidt non chiama “Stregoni da favola” ma “Avidi maghi”, se dunque spegneranno i telefonini e ricominceranno a parlare coi genitori e a giocare con gli amici. Lo scopo, dice Haidt, è “aiutarli a riconquistare l’infanzia nel mondo reale”.

“Guardare la tv vuol dire giocare meno, e giocare è basilare per lo sviluppo emotivo, sociale ed intellettuale del bambino”, diceva la proposta di legge, e precisava: “Le generazioni cresciute guardando la tv trovano la vita noiosa e faticosa e non ne apprezzano il gusto. Un bambino che ha passato più tempo davanti alla tv che a giocare con gli amici o a parlare con i genitori giunge all’età adulta con un fortissimo senso di isolamento e ricade di nuovo davanti al televisore per sfuggire l’isolamento (…) In un mondo senza tv ci sarebbero più contatti umani, più partecipazione personale e collettiva, meno apatia e lavaggi dei cervelli”. Il 2026, ha detto Haidt, orgoglioso di avere sollecitato governi e parlamenti, “sarà ricordato come l’anno in cui il mondo ha detto basta ai social”. Sarà bello sedersi tutti insieme sul divano, genitori e figli, a guardare la tv.