di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2023
Venuta meno la norma del carcere ostativo, molti boss possono accedere ai permessi. L’allerta corre da settimane. Tra Procura nazionale antimafia, direzioni distrettuali, Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), vertici operativi di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza.
Venuta meno la norma del carcere ostativo, si rischia una fuoriuscita indebita dalla galera di molti mafiosi. Pronti a sfruttare la possibilità sopraggiunta di accedere ai benefici previsti per legge, permessi innanzitutto. Senza dover più pentirsi o dissociarsi né collaborare con lo Stato.
In teoria, ha detto il procuratore nazionale Giovanni Melillo, gli interessati sono 5mila, la stragrande maggioranza condannati per reati di criminalità organizzata. Oltre una settantina le istanze già presentate ai Tribunali di sorveglianza. Su queste domande deve dare un parere la Procura nazionale e le Dda-Direzioni distrettuali antimafia.
Al Viminale più volte si sono confrontati tutti gli attori coinvolti. L’ultima riunione giovedì scorso presso l’ufficio coordinamento delle forze di polizia del Dipartimento di Pubblica sicurezza guidato da Lamberto Giannini. È nato così ed è stato sottoscritto un protocollo operativo tra uffici giudiziari territoriali e la Pna. Un testo presentato dal procuratore Melillo: va messa in atto ogni possibile azione per scongiurare permessi forieri di nuove attività illegali.
Tra novembre e dicembre scorso Melillo ha già disposto la creazione presso il sistema informativo digitale (Sidna) di cartelle nominative - mafiosi e terroristi - ad hoc per la questione, in un’area di condivisione informativa riservata ai soggetti abilitati all’accesso. La previsione è di un afflusso di istanze come minimo rilevante. I pareri per i Tribunali di sorveglianza dovranno avere la massima attualità e completezza informativa: è l’obiettivo dichiarato del procuratore nazionale e del sistema istituzionale coinvolto.
Così la Pna chiederà al Dap tutti i dati sui soggetti richiedenti i benefici. Lo Scico (servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata) Gdf fornirà gli accertamenti patrimoniali aggiornati. Compresi i familiari del mafioso e i soggetti collegati, inclusi quelli segnalati dai Gico (gruppi di investigazione sulla criminalità organizzata) Gdf alle procure distrettuali.
La Dia (direzione investigativa antimafia) invierà alla Procura nazionale tutte le notizie e le informazioni disponibili nelle banche dati, comprese quelle sulle cosiddette “fonti aperte”; potrà chiedere apporti ulteriori agli altri uffici del Dipartimento Ps: nel caso di terroristi, per esempio, alla direzione centrale Polizia di prevenzione. Si aggiungono le verifiche sul territorio con le Dda. Le procure antimafia comunicheranno i componenti aggiornati dei nuclei familiari e i soggetti collegati: in quest’ultimo caso, dice il protocollo, soltanto “se ostensibili” vista l’eventualità di indagini in corso.
Le Dda chiederanno alle articolazioni territoriali di polizia giudiziaria di Carabinieri, Gdf e Polizia di Stato di fare accertamenti patrimoniali sulle famiglie dei richiedenti. Come gli arricchimenti sospetti o l’evasione fiscale. Ma anche segnali di contesto ambientale e personale indici di un potenziale ripristino dei collegamenti con il circuito mafioso.
Il protocollo è stipulato tra la Pna e le procure distrettuali. È stato inviato al capo della Polizia, i comandanti generali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, il capo del Dap e il direttore della Dia, il procuratore generale della Cassazione, quelli presso le corti d’Appello e i presidenti dei Tribunali di sorveglianza.
Uno sforzo a tutto campo, quello voluto da Melillo. La fuga di un mafioso, approfittando di un permesso, diventerebbe un caso politico sul tavolo dei ministri della Giustizia, Carlo Nordio, e dell’Interno, Matteo Piantedosi.









